07/06/2009

CITTA DELLA SCIENZA-NAPOLI

Da: Wikipedia, l'enciclopedia libera

Città della Scienza

Spazio antistante il Science Centre

Città della Scienza nasce a Napoli Ovest, nella zona di Bagnoli. È un sistema complesso che integra un Science Centre, museo scientifico interattivo di seconda generazione "Hands-on", con un'Area dedicata alla Formazione, allo Sviluppo territoriale e alla creazione di nuova imprenditorialità nel Mezzogiorno. È dotata, inoltre, di una serie di Spazi dedicati ad Eventi, Congressi, Meeting e Conferenze. Città della Scienza rappresenta, insomma, una delle iniziative più avanzate in Italia per quanto attiene alla creazione di un sistema organico di diffusione e trasferimento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche alla società.

Ideata dalla Fondazione Idis, dopo una fase di sperimentazione avviatasi nel 1987 con programmi di attività temporanee, Città della Scienza è stata realizzata dalla stessa Fondazione a seguito di un Accordo di Programma sottoscritto nel 1996 fra Ministero del Bilancio, Regione Campania, Provincia di Napoli e Comune di Napoli e la Fondazione IDIS.

Il modello di Città della Scienza è stato concepito su tre grandi funzioni, che attivano ambiti diversi ma coordinati nell'azione di diffusione, ovvero:

  • Il Science Centre, primo museo scientifico interattivo di nuova generazione in Italia, incentrato completamente su percorsi esperienziali (exhibit ed esperimenti scientifici, multimedialità, teatro scientifico, ecc.) con oltre 10.000 m² di area espositiva, laboratori didattici, aree per mostre temporanee. Il "Museo vivo della Scienza" è rivolto ai cittadini, alle scuole, alle famiglie.
  • Il BIC (Business Innovation Center), con un Incubatore per nuove imprese specializzate nelle ICT (Information & Communication Technology) e dei servizi ambientali e servizi agli enti locali e territoriali, che rappresenta un sistema a supporto dello sviluppo locale, centro di diffusione e trasferimento dell'innovazione.
  • Il Centro di Alta formazione, funzione trasversale all'intero sistema, che ha l'obiettivo di potenziare e qualificare il potenziale umano a sostegno dei processi di innovazione e sviluppo.

Dal 2001 Fondazione Idis-Città della Scienza  vanta un "Centro Congressi" con numerose sale[4].

Le funzioni si ricollegano anche ad una importante finalità insita strettamente nel progetto: la riqualificazione dell'area ex-industriale di Bagnoli, dove è situata Città della Scienza (progetto Bagnoli Futura), che ha sede proprio nella più antica fabbrica della zona, la ex vetreria LeFevre, i cui padiglioni, restituiti all'antico splendore da una fine operazione di restauro, risalgono ai primi dell'ottocento.

Breve storia

Cortile di Città della Scienza

Nel 1987, da un'idea del Prof. G. Vittorio Silvestrini, nasce la prima edizione della manifestazione Futuro Remoto.
A seguito del grande successo riscosso dal
1989 al 1992 viene costituita e viene concesso il riconoscimento giuridico alla Fondazione Idis[1]. Negli anni 1992-93 è stato elaborato il progetto di Città della Scienza e ed è stata data vita al primo insediamento a Bagnoli. Nel 1994 la Regione Campania e il MURST (oggi MIUR) approvano il progetto; viene acquisita la fabbrica FICPC della Campania gruppo Federconsorzi e finanziato il I lotto del progetto di Città della Scienza. Il 1996 è l'anno della inaugurazione della prima configurazione della Città della Scienza, con l'apertura del primo, embrionale, nucleo di Città della Scienza. Nel 2001 viene inaugurato il Science Centre nella sua configurazione finale e nel 2003 il progetto è completo con l'apertura del Centro Congressi, del Centro di Alta Formazione e del Business Innovation Centre. [2] Entro il 2010[5] è prevista la realizzazione dell'ultimo lotto, relativo all'apertura di "CORPOREA", un museo sul corpo umano[5]. Il 17 aprile 2008 è stato firmato un accordo di collaborazione con l'Associazione Assumpta Science Center Owerri, al fine della realizzazione di un Festival della Scienza in Africa, primo passo verso la costruzione dell'Assumpta Science Center Owerri (Nigeria), primo centro della Scienza realizzato in Africa sotto il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura (Città del Vaticano). Oggi la Fondazione Idis-Città della Scienza vanta tra i suoi organi di governo grandi nomi del panorama politico, culturale e scientifico locale e nazionale, come Vincenzo Lipardi, Mario Raffa, Pietro Greco, Rita Levi Montalcini.

Science Centre

Un exhibit del Science centre

Il Science Centre di Città della Scienza è il primo museo scientifico interattivo realizzato in Italia, uno strumento educativo di diffusione della cultura scientifica e tecnologica con l'obiettivo di stimolare nel visitatore la voglia di capire i fenomeni scientifici attraverso una metodologia innovativa. Non ci sono oggetti in mostra da “guardare e non toccare”, ma esperienze da fare. Grandi e piccoli sono chiamati a sperimentare direttamente i fenomeni scientifici presenti in natura e nella vita quotidiana. I visitatori sono, quindi, protagonisti attivi del “fare scienza”: sono invitati a osservare, riprodurre ed analizzare i fenomeni, a porsi domande e cercare risposte nelle aree espositive, nelle mostre, nei laboratori e nelle tante attività scientifiche che vi si svolgono. L'edificio ottocentesco affacciato sul mare, con le sue aree espositive che si estendono per oltre 15.000 m², accoglie ogni anno oltre 350.000 visitatori. Il Science Centre si apre a docenti e studenti con nuovi stimoli. L'offerta didattica - che prevede attività nelle aree espositive, all'aperto, nei laboratori, negli atelier, nonché all'interno delle stesse scuole - si articola in interventi di diverso tipo come le visite guidate, le attività didattiche, i mini campus, l'aggiornamento docenti, l'allestimento di laboratori scolastici. Ogni attività proposta è sperimentata e validata in progetti che coinvolgono reti di scuole, università ed enti locali e di ricerca. Negli anni sono state attivate diverse collaborazioni con enti locali e uffici scolastici regionali. [2] [3]

Centro Congressi

La Fondazione Idis-Città della Scienza è dotata di uno Spazio Eventi e Congressi tra i più significativi del Mezzogiorno, con un sistema ampio e variegato di sale e spazi. In un contesto affascinante per la bellezza architettonica e nuovo per il suo elevato contenuto tecnologico, lo Spazio Eventi è una struttura moderna e prestigiosa, con aree versatili e servizi altamente specializzati per organizzare congressi, eventi di gala, convention aziendali ed esposizioni temporanee. La location nasce dal recupero di un vecchio opificio ed è divenuta una elegante operazione di archeologia industriale che ha permesso di salvare il passato mettendolo al servizio delle esigenze di oggi.

13/04/2009

Nino Taranto

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Nino Taranto

Nino Taranto in Arrivano i dollari! di Mario Costa (1957)

Nino Taranto (Napoli, 28 agosto 1907 Napoli, 23 febbraio 1986) è stato un attore, comico e cantante italiano.

Biografia

Esordì appena tredicenne al Teatro Centrale di Napoli, interpretando quelle che sarebbero diventate le sue specialità: la "canzone in giacca" drammatica e quella da "dicitore" in abito da sera, rivelando le straordinarie doti di caratterista che l'avrebbero reso, per oltre mezzo secolo, uno degli interpreti più amati dal pubblico italiano.

Nel 1927 entrò nella compagnia di sceneggiate Cafiero-Fumo e nel 1928 si avvicinò con successo alla sceneggiatura; invitato in tournée negli Stati Uniti, ne tornò con "una pianola a nastro e mille dollari" impiegati per finanziare la sua prima compagnia di varietà, che durò solo quindici giorni e finì nel disastro totale.

Capocomico nel 1936, nel 1933 venne scoperto da Anna Fougez, che lo fece debuttare nella grande rivista, alla quale si dedicò fino al secondo dopoguerra, accanto a Wanda Osiris e poi a Titina De Filippo, dando vita a straordinarie macchiette, tra le quali l'indimenticabile Ciccio Formaggio, ritagliato perfettamente su di lui dal duo Cioffi e Pisano: un ometto iellato, tradito e bistrattato dalla fidanzata, la quale per ennesimo gratuito dispetto gli sforbicia la tesa del cappello.

Proprio quella paglietta tagliuzzata divenne uno dei simboli della sua comicità ed ispirò alcuni fortunati spettacoli di rivista come Mazza, Pezza e Pizzo e Quagliarulo se ne va, oltre al popolare film Il barone Carlo Mazza di Brignone (1948).

 

Il cinema

Esordì al cinema nel 1938 con Nonna Felicita di Mattoli ma fu stabilmente attivo dal dopoguerra interpretando un centinaio di pellicole; con I pompieri di Viggiù sempre di Mattoli (1949), strepitosa carrellata dell'avanspettacolo, iniziò la sua collaborazione con Totò, di cui fu spalla affidabile e devota: dalla complicità di Tototruffa 62 di Mastrocinque (1961) alla parodia di Il monaco di Monza (1963) passando per Lo smemorato di Collegno di Corbucci (1962). Al cinema restò attivo fino al 1971.

 

La prosa

Si dedicò anche alla prosa costituendo una propria compagnia solo nel 1955 e mettendo in scena, oltre a farse e commedie leggere, i testi dell'amico e maestro Raffaele Viviani, di cui propose fra l'altro L'ultimo scugnizzo (1956) e Don Giacinto (1961), che valorizzarono al meglio la sua intensa espressività.

Nino Taranto con Totò ne Lo smemorato di Collegno di Sergio Corbucci (1962)

gualmente a suo agio con la paglietta tagliuzzata del macchiettista, con gli abiti dimessi dello sfortunato professore di Anni facili di Zampa (1953), con i ruoli comici di Accadde al commissariato di Simonelli (1954), con la commedia di costume di Mariti in città di Comencini (1957) e con le calibrate prove drammatiche di Italia piccola di Soldati (1957), fu anche uno dei comici in assoluto più presenti alla radio, dove accentuò, più che l'eleganza che lo contraddistingueva sul palcoscenico, la voce duttile e la gioiosa caratterizzazione napoletana.

 

La radio

Nino Taranto con Nino Marchetti e Totò in Totò contro Maciste di Fernando Cerchio (1962)

Negli anni Cinquanta partecipò a molti dei più popolari varietà radiofonici del momento (Rosso e nero, 1951; Chicchirichì, 1953; L'occhio magico, 1954; Fermo posta, 1956) e condusse Il fiore all'occhiello (1958).

Interpretò inoltre numerose riviste imperniate sulle gag del "napoletano a New York", come La ninotarantella di Nelli e Mangini (1954, regia di Meloni), Biancaneve e i sette Nini di Verde (1955, diretta da Mantoni) e Chi sarà sarà ancora di Verde (1958, regia di Jurgens); oltre che riviste di tema vario, tra cui Caviale e lenticchie di Scarnicci e Tarabusi (1957), Tarantella di fuoco di Compagnone e Zefferi (1958) e la favola musicale fantascientifica La bellissima époque di Verde (1960), autore tra i più congeniali all'artista.

Fu protagonista anche di varie commedie, fra cui Mettiamo le carte in tavola di Giuffré e Ghirelli (1956, regia di Mantoni), Bello di papà di Marotta e Randone (1960, allestita da Giagni) e L'imbroglione onesto del prediletto Viviani (1961, regia di Vittorio Viviani).

Graditissimi al pubblico radiofonico, inoltre, i vari "one man show" che presentavano i suoi maggiori successi, da Mostra personale (1958, regia di Giagni) ad Il mio spettacolo: Nino Taranto di Luzi (1961, regia di Marco Lami), a Paglietta a tre punte (1963).

 

La televisione

Negli anni Sessanta accrebbe la sua popolarità con numerose partecipazioni televisive, come il varietà Lui, lei e gli altri (1956), firmato da Marchesi e Metz e l'edizione 1964-65 di Canzonissima dal titolo Napoli contro tutti, ma senza abbandonare la radio.

Nel 1962 condusse Il cronotrotter, mentre nel 1968 fu l'interprete della rubrica di canzoni e poesie napoletane Cinque rose per Nanninella.

Anche gli anni Settanta (nei quali Taranto intensificò la presenza cinematografica, in parti per altro sempre più di contorno) lo videro impegnato in un'intensa attività radiofonica: ospite fisso di molte edizioni di Gran Varietà, nel 1976 interpretò, per il ciclo Una commedia in trenta minuti, le pièce Piccolo caffè di Bernard, Il signor di Pourceaugnac di Molière e Socrate immaginario di Ferdinando Galiani, tutte dirette da Magliulo.

Nel 1977 fu tra i conduttori di Un altro giorno e presentò la rassegna di poeti e musicisti partenopei Pagine napoletane, mentre nel 1980 partecipò a La bella bionda di Imbriani (regia di Carlo Di Stefano) e nell'81 tornò ai microfoni per presentare Lezione di farsa, itinerario radiofonico sulla fortuna e sfortuna della comicità plebea diretto da Magliulo.

Nel 1985 la RAI trasmise Taranto-story, monografia in quattro puntate dedicata al celebre attore partenopeo e nel 1993 la radio italiana gli dedicò il tributo La più bella paglietta di Napoli, che ne ripercorreva gli indimenticabili successi.

 

Filmografia

Fonte:  http://www.ninotaranto.it/index.php?pagina=bio

BIOGRAFIA

Nato come presentatore, con capacità comiche degne di un ottimo cabarettista.Nino può divertirsi e divertire anche parlando numerosi dialetti: siciliano calabrese, pugliese, campano, umbro-marchigiano, toscano, romagnolo, piemontese e lombardo; passando da palo in frasca, seguendo gli umori del pubblico che senza volerlo lo guiderà verso i sentieri dai contorni indefiniti.Esordisce nel 1993 a "RISO IN ITALY" concorso per attori comici nella Capitale, giungendo in finale.Nello stesso anno partecipa al premio della satira"CHARLOT"di Salerno arrivando ancora una volta tra i primi classificati.Nel 1994, nasce una splendida situazione che lo vede partecipare come ospite comico alla trasmissione televisiva "BUONA FORTUNA"su RAI 1, intrattenimento abbinato alla Lotteria Italia.Nel 1995 L'invito a "RISO IN ITALY" si rinnova e la sua semplice ed ironica comicità lo porta ad essere presentatore della stessa manifestazione.Lavora da anni nei più rinomati e famosi cabaret romani e nazionali, locali nei quali Nino Taranto trova modo di farsi conoscere anche da alcuni addetti al settore.Finalista alla trasmissione "LA SAI L'ULTIMA" su CANALE 5, nel 1996 è chiamato dal circuito Net Work ITALIA 7, per interpretare un "postino" nel programma quotidiano "GIORNATA SERENA"- 60 puntate. Sulla stessa rete prende parte a ben 50 puntate al programma serale "SEVEN SHOW".Il 1997 lo vede vincitore nella trasmissione "SOTTO A CHI TOCCA" su CANALE 5 e la RAI SAT lo chiama per far divertire i nostri connazionali nelle Americhe con il programma "VACANZE ITALIANE" dove interpreta un cuoco fuori di testa.Alla fine dell'anno entra nel circuito d'attori che partecipano alla trasmissione "SCHERZI A PARTE" su ITALIA 1 dove è protagonista nello scherzo fato ad Aldo, Giovanni e Giacomo.Anche RETE 4 si accorge delle peculiarità interpretative e lo chiama come attore a "FORUM" agli inizi del 1998.Alla fine dell'estate RAI 1 con "UNO MATTINA Estate" lo ha come ospite di gran riguardo.Il 1999 lo ritrova in televisione su EUROPA 7 con le nuove edizioni del SEVEN SHOW, e ne diventa subito protagonista con la macchietta dell'infermiere, mentre ITALIA 1 lo fa partecipare a TRENTA ORE PER LA VITA...L'anno 2000 lo evidenzia anche al pubblico teatrale con cartellone al TEATRO TOTO' di Roma col suo spettacolo "Con.... fusione"e. non solo anche la radio lo invita ad esaltare un personaggio comico-grottesco come il prof. Rapitela interpretato per ben 24 puntate su "RADIO RADIO. Nel 2001 partecipa allo spettacolo teatrale "SEVEN SHOW live"ottenendo 7000 presenze in nove repliche effettuate al Colle Oppio di Roma nella manifestazione estiva "ALL'OMBRA DEL COLOSSEO":Nell'anno 2002 i progetti e le aspettative, diventano sempre più importanti e significative, il cui culmine arriva alla fine dell'estate, dopo aver messo in scena una commedia comica scritta da lui e dal suo amico autore Claudio Napoleone con la regia di Piermaria Cecchini, dal titolo "UH!"che gli fa ottenere il prestigioso premio per la satira "CITTÀ DI ROMA".Conduce con successo, un programma comico televisivo dal titolo"AVE CESARE", striscia quotidiana satirica sull'emittente 6BR.Viene premiato da Pippo Baudo con il premio "CITTÀ DI CERVETERI" e a sua volta conduce il XXXIII premio dell'"ULIVO D'ORO" di Monopoli Sabina. L'anno poi, si chiude in bellezza partecipando alla trasmissione "INSIEME", vero cult della comicità nel sud d'Italia, condotta da Salvo La Rosa, dove riscuote un notevole ed apprezzato successo. Non poteva il 2003 entrare in maniera migliore, perché già da subito la stagione artistica si presenta zeppa d'impegni. Il più importante rimane senza alcun dubbio la nuova edizione di "AVECESARE" che diventa "TELECESARE" su TELEROMA 56 Emittente storica romana riuscendo a portare in teatro nella manifestazione estiva" ALL'OMBRA DEL COLOSSEO" tutti i personaggi partecipanti alla nuova edizione. Il 19 ed il 20 agosto ad Anderà SV accade lo straordinario. L'opportunità è quella che non bisogna farsi scappare dalla mano; entrare nel GUINNESS dei primati per effettuare insieme con altri 9 colleghi ben 35 ore di cabaret senza interruzione;operazione perfettamente riuscita, da quel 20 agosto Nino è primatista mondiale di Cabaret; mica male per festeggiare i suoi primi dieci anni di carriera. Il 2004 lo conferma mattatore di TELECESARE e il successo della trasmissione e suo personale lo rende sempre più popolare visto che da trasmissione regionale , il format viene distribuito in ben 20 regioni. Viene ufficialmente conclamata la partecipazione al GUINNESS delle 35 ore di cabaret e la pubblicazione sul libro. Nel 2005 i cambiamenti diventano radicali e la crescita sempre più incalzante, muore TELECESARE e nasce TRAMBUSTO format comico che prende il posto del precedente dove questa volta Nino non è più conduttore ma sfodera due personaggio di successo, : un rinnovatissimo infermiere “Ninetto Panzironi” ed un cinese “Cintura nera di KABARET” Nel finire dell’anno si presenta una ghiotta occasione , presentare su T9 un gioco a premi dal titolo GCQ gioco carrello quiz, con appuntamento fisso settimanale . La sfida della diretta di due ore esalta Nino e lo rende ancor più popolare. Nel contempo prepara un libro con 50 cabarettisti il cui ricavato va in beneficenza per i bambini indiani, lo sforzo è grande 14 mesi di lavoro frenetico ma i risultati saranno eccezionali.Il 2006 si apre con la definizione del libro “il muro del sorriso” scritto con 53 comici ed il prolungamento della sua trasmissione GCQ .Grande è il successo del progetto che lo vede portare in moltissime piazze “Il muro del sorriso” riuscendo in un solo anno a vendere circa 10.000 copie ed il 2006 si conclude con il primo viaggio in India per favorire la causa umanitaria. Il 2007 continua il successo dell’edizione e l’impegno di Nino è sempre più forte e concreto nasce anche l’esigenza di scrivere un altro libro visti i numerosi colleghi che vorrebbero ora partecipare. Un ulteriore viaggio in India nel novembre 2007,rafforzerà ancora di più le sue convinzioni. Detto fatto il 2008 è l’anno del secondo libro “il muro del sorriso ha fatto squola” l’errore è voluto naturalmente... Ben 80 comici questa volta ed una convinzione ancora più forte ci spinge ad inventare “Il muro del sorriso in tour” tanti comici per le piazze d’italia tutti insieme in una bellissima kermesse solidale. Il 2008 è stato anche l’anno Bagaglino con GABBIA DI MATTI su canale 5 dove Nino oltre che in veste di attore, partecipa anche come supporto aurorale a Pierfrancesco Pingitore, ricercando e riscrivendo le barzellette per i concorrenti. In oltre partecipa al film tv per canale 5 VITA DA PAPARAZZI con Pino insegno per la regia di Pierfrancesco Pingitore.

Fonte: http://www.musicalstore.it

Nino Taranto

BIOGRAFIA

Nino Taranto, uno dei figli più degni di Napoli, nacque a Napoli il 28 agosto del 1907, catapultandosi, già in tenera età, nel mondo dello spettacolo, dando un segno inequivocabile, a tutti, che il suo destino di artista era già segnato. Entra, in questo modo, a far parte di tutti quei grandi artisti napoletani che hanno imparato prima a recitare e poi a camminare,
come i De Filippo, i Fumo, i Maggio, i Di Napoli e tanti altri ancora .


L'ingegno e l'arguzia del Nostro, lo portarono a darsi quella connotazione particolare che fa di un artista un genio. Tra le altre, egli indossò, per molti anni la famosa paglietta. Al contrario di altri artisti (la paglietta era molto di moda), egli la tagliuzzò sulla falda frontale per darsi un identità tutta sua. Quella paglietta lo ha accompagnato per tutta la sua carriera nel varietà raccogliendo, in uno con Nino, una gran messe di successi. Attore, cantante, macchiettista (memorabile la sua Ciccio Formaggio), non poteva non essere notato e, quindi, "rapito" dalla compagnia di sceneggiate Cafiero-Fumo.
Fu proprio attraverso la sceneggiata che Taranto ebbe modo di forgiare un carattere di recitazione tutto suo, fatto di mimica, improvvisazione e professionalità ed improntato alla massima serietà ed abnegazione verso il suo lavoro. Nino Taranto ebbe modo di dedicarsi alla Rivista, nella quale impose i suoi caratteri e la sua verve e dalla quale ricette ampie soddisfazioni.


Dalle tavole del palcoscenico passò ben presto ai teatri di posa cinematografici dove l'incontro con il Principe della risata, Antonio De Curtis in arte Totò, lo consacrò e lo consegnò ad un pubblico ben più ampio. Con Totò, Taranto é letteralmente esploso e, seppur sacrificato al ruolo di spalla, ha sempre saputo ritagliarsi un ruolo tutto suo, senza farsi travolgere dalla grandezza del Principe.
Tra i films più belli ricordiamo: "I pompieri di Viggiù", "Il monaco di Monza",
l'indimenticable "Totò truffa '62" e "Totò contro Maciste".


Fu proprio Nino Taranto a pronunciare l'orazione funebre per Totò
nella chiesa del Carmine alle ore 17 del 17 aprile del 1967:
"Amico mio questo non e' un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce e' nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che e' venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico e' qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò".
La sua carriera, Nino, l'ha terminata sulle tavole del teatro Sannazzaro nella compagnia di Luisa Conte, con interpretazioni che hanno dell'eccezionale.
www.lastoriadinapoli.it

In " Spusalizio" di Viviani con
Carlo Taranto, Gino Maringola e
Dolores Palumbo

 


Dove sta Zazà
Fatte fa 'a foto
Ho comprato la caccavella
'A luciana
'O nfinfero
'O pappavallo
'O schiaffo
Serenata smargiassa
Strofette censurate
Agata
Brigida
Canzone 'mbriaca
'E ccummarelle
Ciccio formaggio
Cicerenella
'A dieta

Fonte:http://www.ciao.it/Nino_Taranto__326490

Un uomo e la sua paglietta

Una Opinione di faitu su Nino Taranto
28 Novembre 2006





 Era il 28 Agosto del 1907, quando a Napoli nacque un grande attore comico e forse la migliore spalla di Totò: Nino Taranto
Nacque a Forcella, quartiere popolarissimo e molto presente ancora, e dico purtroppo, nelle attuali cronache cittadine.

Sin da piccolo cominciò ad esibirsi durante piccole festicciole, mostrando già un certo talento. Il suo papà era sarto, e fu lui a cucirgli un piccolo frac da indossare durante le sue esibizioni.
Piccolo e magro il nostro amato Nino cantava le canzoni dell'epoca, alcune anche della classica tradizione napoletana….ma la sua passione si manifestò per la comicità.
Il suo era certamente una talento innato, infatti ben presto entrò nella compagnia dei Maggio, altra famosissima famiglia di artisti.
Come tanti dell'epoca, imparò l'arte del canto e della recitazione direttamente sulle tavole dei palcoscenici.

Dopo il 1930 raccolse l'eredità lasciata da Nicola Maldacea, l'inventore di un nuovo genere musicale…."La Macchietta".
La macchietta era un personaggio a metà strada tra il comico e il drammatico. Di solito rappresentava un "tipo" il più delle volte sfortunato, a volte cornuto, deriso per la su dabbenaggine, un po' brutto….insomma lo sfigato che ce le aveva tutte lui! Generalmente la canzone macchiettistica narrava una piccola storia, un rapporto, accentuando i lati ora comici e ora drammatici…sottolineati spesso da divertenti doppi sensi, rasentando per l'epoca anche l'oscenità.
Questo nuovo genere subito raccolse il consenso del pubblico e fu cosi che Nino Taranto potè sperimentare la grande soddisfazione di vedere i suoi spettatori godere delle sue esibizioni.

Il suo viso, anche se dai tratti molto piacevoli, riusciva grazie alle sue capacità mimiche ad assumere espressioni buffe e per accentuare ancora di più queste caratteristiche , un bel giorno Taranto decise di tagliuzzare la sua inseparabile paglietta.
Questa trovata dette modo agli autori di cucire addosso al comico quella che è forse la canzone simbolo della macchietta, probabilmente la più famosa…quella che da nord a sud del nostro stivale tutti sarebbero in grado di fischiettare e di ricordare almeno una strofa:CICCIO FORMAGGIO.

Ciccio formaggio era un povero e sfortunato innamorato, deriso e preso di mira dalla sua amata che noncurante dell'amore provato per lei, si divertiva a tirargli brutti scherzi.

Ecco il testo:

Te 'ncuntraje,
te parlaje
e m'innamorai di te...
Mme guardaste,
mme diciste:
"Mi piacete pure a me..."

Ma tutt''o bbene ca hê ditto sempe 'e mme vulé,
è na buscía ch'è asciuta 'ncopp''o naso a te...

Si mme vulisse bene overamente,
nun mme facisse 'ncujetá da 'a gente,
nun mme tagliasse 'e pizze d''a paglietta,
nun mme mettisse 'a vrénna 'int''a giacchetta...
Si mme vulisse bene, o mia Luisa,
nun mme rumpisse 'o cuollo d''a cammisa...

Si' na 'nfá'...si' na 'nfá'...si' na 'nfama...
Te n'abù'...te n'abù'...te n'abuse...
te n'abuse ca Ciccio Formaggio,
nun tene 'o curaggio
nemmeno 'e parlá!

Si sapisse,
si vedisse,
dint''o core mio che nc'è!
Cumpatisse...
Mme dicisse:
"Puveriello...ma pecché?"

Ma 'ncopp''o core tu nce tiene 'e pile 'o ssá'
ca nu barbiere nun ce abbasta p''e ttagliá!...

Si mme vulisse bene overamente,
nun mme facisse 'ncujetá da 'a gente...
Nun mme tirasse 'e pile 'a dint''e rrecchie,
nun mme mettisse 'o dito dint'a ll'uocchie,
nun mme mettisse 'a neve dint''a sacca,
nun mme squagliasse 'ncapa 'a ceralacca!

Si' na 'nfá'........
.........................

L'altro giorno,
ma che scorno:
Vengo a casa e trovo a te
spettinata,
abbracciata
'nziem'a n'ommo...Bèh...ched è?!

Mme rispunniste: "Chisto vene a te 'mpará
comme se vasa quanno tu mm'hê 'a spusá..."

Si mme vulisse bene overamente,
nun mme facisse 'ncujetá da 'a gente...
Nun mme menasse 'e streppe 'e rafanielle,
nun mme mettisse 'a quaglia 'int''o cappiello,
nun mme facisse stá, pe' n'ora sana,
cu 'a pippa 'mmocca e cu 'a cannela 'mmano!

Si mme vulisse bene overamente,
nun mme facisse 'ncujetá da 'a gente...
Nun mme pugnisse areto cu 'o spillone,
nun mme mettisse 'a colla 'int''o cazone...
Nun mme screvisse, cu nu piezzo 'e gesso,
aret''o matinè: "Ciccí' si' fesso
Il successo fu clamoroso!
La bravura di Nino Taranto ormai era riconosciuta da tutti.
L'artista napoletano si trovò quindi a recitare commedie di Viviani, Bovio , Pirandello, Di Giacomo, Marotta… dando ad ognuno di loro tutta la sua capacità espressiva.

Arrivò poi l'esperienza cinematografica, un Nastro d'Argento per il film Anni facili di Zampa per l'interpretazione del ruolo di un professore siciliano travolto dagli intrallazzi della Roma capitolina…..e chiaramente………. i sei film girati con il famoso principe della risata, il grande Totò.
Il rapporto tra i due attori comici è sempre stato caratterizzato dal massimo rispetto che avevano l'uno per l'altro e soprattutto per la grande intelligenza di Taranto che cosciente e rispettoso della infinita capacità di Totò, era sempre disponibile a rinunciare ad una maggiore visibilità, senza per questo risultare egli stesso da meno del suo collega! Il suo ruolo non era quello di una semplice spalla..bensì la sua presenza amplificava ancor di più la qualità e la comicità del film.

Negli anni successivi partecipò a vari programmi televisivi pur non tralasciando il teatro. Morì nel 1986.
Nino Taranto per tutta la sua vita restò sempre legato alla sua città….e non l'abbandonò mai!
Era molto amato dalla gente e a tale proposito vi voglio riportare un piccolo episodio che ho scovato sul web che mi ha fatto teneramente sorridere pensando a Lui……….

Pare che durante il funerale di Totò, Nino Taranto stesse seduto in una macchina che seguiva il corteo e che sopraffatto dal dolore piangesse accoratamente. Accortasi di ciò la folla si avvicinò a lui e con trasporto sincero gli disse " Cummendato'…nun ve' preoccupate…vo' facimm pur'a vuie!"
A questo punto pare che seppur divertito da questa simpatica manifestazione di affetto nei suoi confronti non potè fare a meno di fare le corna…………. come tradizione vuole!

E adesso se mi permettete vorei dire due cosette!
Da un po' di tempo avrete certamente notato che ………quasi quasi mi sono candidata con le cose che scrivo a portabandiera della cultura, dei costumi e delle tradizioni napoletane.
Non aspiro a tanto……..è che con queste mie opinioni vorrei far capire ai più che Napoli non è solo cose negative, delinquenza, disoccupazione e camorra!
Napoli è cultura, bellezza ma anche umorismo, intelligenza……..e fantasia!
Ed è grazie a queste sue peculiarità che Napoli è ancora viva e continuerà ad esserlo.
Se così non fosse…..allora come diceva uno striscione apparso tanti anni fa allo stadio S. Paolo ad una partita di calcio Napoli- Verona: "FORZA VESUVIO"… e quindi che venga una bella colata di lava che seppellisca tutto e tutti!

Ma non accadrà, perché solo una cosa potrà seppellire questa città : l'indifferenza e il disamore.
Non per niente all'appuntamento a Verona per la partita di ritorno, i buontemponi tifosi napoletani si presentarono con uno striscione che mise fine alla voglia dei tifosi veronesi di continuare ad insultare Napoli.
Lo striscione riportava scritto quanto segue: "Giuletta è na' zoccola"..e come diceva il grand Peppino de Filippo nel film Totò, Peppino e la Malafemmina….ho detto tutto!

Per finire vorrei dedicare questa opi a tre persone anche se Nick: Pulce16, Donluis e Circa.
Tre Nick..ma tre persone a mio parere straordinarie ognuna a modo suo e con un cuore partenopeo grande ACCUSSI'!!
Quindi a pulce …donna in prima linea, impegnata e colta!
A Donluis, mattatore….anche lui impregnato di grande cultura napoletana e non!
A Circa..che circa non lo è affatto , un po' misteriosa (per me), ma persona tanto affascinante, dispensatrice nei miei confronti di commenti e messaggi profondi ed eccelsi…pieni della Napoli che piace a me!

29/11/2008

Raffaele Viviani

 Da Wikipedia, l'encoclopedia libera 

Raffaele Viviani

Raffaele Viviani (Castellammare di Stabia9 gennaio 1888 – Napoli22 marzo 1950) è stato un poeta, commediografo, compositore e attore teatrale, nonché autore di molte famose canzoni napoletane, italiano.

busto di Raffaele Viviani nella Villa Comunale di Castellammare di Stabia

La sua opera si differenzia notevolmente da quella del suo contemporaneo Eduardo de Filippo, presentandosi allo stesso tempo come complementare a questa. Mentre l'opera di Eduardo ci presenta la borghesia napoletana, con i suoi problemi e la sua crisi di valori, Viviani mette in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti: un'umanità disperata e disordinata che vive la sua eterna guerra per soddisfare i bisogni primari. In questo la sua poetica si allontana violentemente dalla retorica lacrimevole, pittoresca e piccolo borghese del tempo, prendendo le distanze al contempo dalla cultura positivista e ponendosi per molti versi all'interno di dinamiche creative proprie delle avanguardie. Il suo fu un teatro diverso, anomalo e sconvolgente, ma durante il fascismo subirà, con la negazione dell'uso dei dialetti, l'ostilità e il silenzio della critica e della stampa.

Anche la sorella maggiore Luisella fu una nota attrice e cantante.

Opere Teatrali

  • 'O vico (1917)
  • Tuledo 'e notte (1918)
  • 'Nterr' 'a 'Mmaculatella (1918)
  • La Festa di Piedigrotta (1919)
  • 'O spusarizio (1919)
  • Circo Equestre Sgueglia (1922)
  • 'O fatto 'e cronaca (1922)
  • Don Giacinto (1923), 'E piscature (1924)
  • 'A musica de cecate (1928)
  • 'A morte 'e Carnevale (1928)
  • L'imbroglione onesto (1930)
  • L'ultimo scugnizzo (1932)
  • L'ombra di Pulcinella (1933)
  • Muratori (1942)
  • I dieci comandamenti (1947)

-Personaggi- delle opere teatrali

  • Pichillo (suonatore di "caccavella" -La Festa di Piedigrotta)

Discografia

  • Borgo sant'Antonio
  • È morta muglierema
  • L'acquaiuolo
  • Arte liggera
  • 'O maruzzaro
  • Magnetismo
  • 'E voce 'e Napule
  • 'O tammurraro
  • 'A festa 'e Piererotta
  • 'O cantante 'e pianino
  • 'O pizzaiuolo
  • 'O vicariello - 'A cerca Benvenuto al re
  • 'O ciarlatano - Emigrante

o'cacciavino

Cinema

26/11/2008

Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

Data nascita: 24 Maggio 1900 (Gemelli), Napoli (Italia)
Data morte: 31 Ottobre 1984 (84 anni), Roma (Italia)

  
Andrea Giampietro
Eduardo De Filippo

Figlio naturale di Eduardo Scarpetta, cominciò, come il fratello Peppino e la sorella Titina, a recitare giovanissimo. Nel 1932 costituì con i fratelli una compagnia del Teatro Umoristico che fu subito acclamata in tutta Italia e durò fino al 1945. Cominciava a farsi conoscere anche come autore, con testi di una comicità amara e sostanzialmente tragica, come Sik-Sik l'artefice magico (1930), Natale in casa Cupiello (1931), Chi è cchiù felice 'e me (1932), Non ti pago! (1940), dove il dialetto non costituiva un limite al discorso drammaturgico. Passava intanto anche al cinema facendosi soprattutto ammirare ne Il cappello a tre punte (1934, di Mario Camerini). Nel 1945 si staccò dal fratello e costituì il Teatro di Eduardo, presentandovi le sue commedie più mature nelle quali, attraverso la lezione di Pirandello, l'autore si pone interrogativi inquietanti sulla condizione dell'uomo contemporaneo: Napoli milionaria (1945), Questi fantasmi!e Filumena Marturano (1946), Le voci di dentro (1948), Bene mio e core mio (1955), Sabato, domenica e lunedì (1959), Il sindaco del rione Sanità (1960), Gli esami non finiscono mai (1974), ecc… Poeta indiscusso, cantore della povertà, Eduardo possedeva le capacità di indagare i sentimenti degli umili decifrandoli con tratti densi di sfumature, in bilico tra farsa e tragedia. Un messaggio a tal punto universale da aver reso il suo teatro esportabile in Gran Bretagna come in Russia, nonostante fosse così decisamente influenzato dal dialetto. Di alcune delle sue commedie diresse e interpretò anche la versione cinematografica, con gusto neorealistico e risultati di rilievo specie per Napoli milionaria (1950) e Filumena Marturano (1951), cui seguì, nel 1953, Napoletani a Milano. Concluse la sua attività di scrittore traducendo in versi napoletani La tempesta di Shakespeare. Nel settembre 1981 il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nominò senatore a vita.

Attore, drammaturgo e regista italiano. Figlio d’arte, inizia a recitare giovanissimo con i fratelli Titina e Peppino nella compagnia teatrale di E. Scarpetta; nel 1932 fonda la compagnia «I De Filippo» ribattezzata nel 1945 – con l’uscita di Peppino – «Teatro di Eduardo» portando sulle scene molte commedie di cui egli stesso è autore. Esordisce nel cinema negli anni ’30 interpretando insieme a Peppino e spesso a Titina, commedie sotto la regia di G. Righelli, R. Matarazzo e M. Camerini (Il cappello a tre punte, 1934). Sguardo penetrante e ironico, volto scarno e sofferente, sarà protagonista carismatico di quasi tutte le sue regie, influenzando per energia drammatica anche quelle altrui (Assunta Spina, 1948, di M. Mattòli) o partecipando di uno stato di grazia tra dramma neorealista e commedia (Tutti a casa, 1960, di L. Comencini). Al fiacco esordio da regista con In campagna è caduta una stella (1940) fa seguito la riduzione della sua commedia Ti conosco, mascherina! (1944), enorme successo in chiave comico-farsesca; ma la sua maggiore attività, perlopiù adattamenti dei suoi successi teatrali, è degli anni ’50: Napoli milionaria (1950) diseguale ma con punte tragicomiche, Filumena Marturano (1951) interpretazione notevole di Eduardo e della sorella Titina, Questi fantasmi (1954), regia leggera mal sostenuta dagli interpreti, e infine Spara forte, più forte... non capisco! (1966), mediocre trasposizione di Le voci dentro (1948). A questi adattamenti alterna efficaci soggetti originali: il corale Napoletani a Milano (1953) e Fortunella (1958), film «felliniano» per gusto e protagonista (G. Masina). Alla fine della carriera registra per la Rai testi di cui è autore, regista e protagonista.

Sia Eduardo (classe 1900) che Peppino (1903) furono bambini addestrati a dire sulle tavole di palcoscenico la celeberrima battuta di peppimello «Vicenzo m’è pate a mme!» in Miseria e nobiltà. Ne era autore, protagonista e regista il loro vero papà, Eduardo Scarpetta, autore-regista-attore e soprattutto capocomico, il cuore, la mente e il portafogli di una “compagnia comica napoletana” e d’avventura, di una piccola tribù ovviamente “incestuosa”. Eduardo, Peppino e Titina De Filippo ebbero il cognome da una nipote della moglie di Scarpetta che era in compagnia, ma erano figli dello stesso padre, che ne aveva altri, cui dette il suo cognome e la cui stirpe continua, come quella dei De Filippo, ma di madri diverse. Si vollero bene, crebbero insieme facendo le loro università in teatro ed emancipandosi via via dal magistero scarpettiano che inizialmente avevano seguito con imitazioni astute e simpatiche: atti unici e sketch di rivista di fresca invenzione ma anche canovacci rivisitati, paralleli a quelli che negli stessi anni rivisitava Totò, loro amico e rivale. La meno ambiziosa dei tre era Titina, che sposò l’attore Pietro Carloni e che finì soprattutto attrice, anche se pure lei scrisse commedie, in unione ad altri autori. II suo nome è legato, tutti lo sanno, alla Filumena Marturano che Eduardo mise in scena per rimediare al disinteresse del pubblico per Questi fantasmi, nel 1946, raddoppiando il trionfo di Napoli milIonaria dell’anno precedente.
Titina fu splendida come Filumena, ma altrettanto indimenticabili sono le sue prestazioni a fianco di Totò, di Peppino, di De Sica e di Taranto in decine e decine di film comici degli anni 50. Fu la prima ad andarsene, nel 63.
I tre fecero compagnia in teatro per tutti gli anni 30, e si presentarono insieme anche al cinema. “I tre De Filippo”, annunciavano le locandine dei film e delle riviste. Ma già albra Eduardo aveva le ambizioni maggiori, autore di un gioiello di comicità pura sulla miseria del proprio mestiere, SikSik l’artefice magico, inizialmente uno sketeh di rivista, e ci un gioiello del comico-patetico, Natale In casa Cupiello, che fu dapprima un atto unico e di cui è proverbiale lo scambio di battute tra Eduardo-padre e Peppino-figlio: «Te piace ‘o presepie?» «Nun me piace!». Pirandello si accorse di loro e lasciò che Eduardo traducesse dal siculiano in napoletano Liolà e Il berretto a sonagli. In cinema, ci fu una serie di gradevoli commediole spesso su loro testi e alcune, come Ti conosco mascherína’, diretta dallo stesso Eduardo.
Come attori, Eduardo e Peppino eccelsero con Camerini nel Cappello a tre punte, del 1955 ecco la rottura tra i due per interne gelosie. Secondo tanti Peppino fu miglior attore di Eduardo, ma certamente minore come autore e regista (in teatro, in cinema non ci provò). Predilesse la farsa, e la riduzione a farsa di testi importanti di Plauto e di Molière, e scrisse farse divertentissime e sempre vive, Gennarino ha fatto il voto, Non è vero ma ci credo, Le metamorfosi di un suonatore ambulante (che fu richiesta a Londni per le celebrazioni del quarto centenario di Shakespeare). Molte le ha riproposte in teatro un suo indiretto allievo, Silvio Orlando. In televisione, fu celeberrima la serie dei Pappagone, uno stolido-furbo cafone che riciclava magnificamente tutti i trucchi e giochi di parole di tradizione “bassa“. Fu in cinema la spalla sublime di Totò, e i loro duetti sono tutti formidabili:
che capacità d’invenzione e variazione! Che vitalità! Che allegria!
Eduardo intanto aveva preso il volo, massimo uomo del teatro italiano del Novecento con Pirandello e con Carmelo Bene. Chi non conosce Napoli milionaria e la sua conclusione, ha dda passà ‘a nuttata? Solo che la “nuttata“, come gli esami di un altro lavoro, non passa mai. Chi non conosce la bizzarra storia di Filumena e il sindaco del rione Sanità. e quel Sabato, domenica e lunedì rinverdito di recente da Toni Servillo? Eccetera, con testi di cechoviana o pirandelliana virtù, e in personaggi di frustrata e sognante saggezza1 tra adattamento e rivolta alla commedia mutevole e amara della società e della vita. Eduardo lavorava, da attore, di minuzia: cenni, silenzi, attese, Peppino in goffaggini esplicite e in spiazzanti quiproquo.
Non ci fu riconciliazione, tra loro, mai. Mi ha raccontato Sergio Bruni di aver tentato una mediazione quando Peppino era allo stremo, in ospedale, e che Eduardo con amarezza e con decisione gli rispose: «Io facevo la spalla a lui, e lui è andato a fare la spalla a Totò e Fabrizi». In cinema, Eduardo attore è una presenza forte e contrassegnante Assunta Spina, Traviata 53 L’oro di Napoli, Tutti a casa... ma meno diffusa di quella di Peppino, cui toccò la lontuna di essere scelto a protagonista ben due volte da Fellini, in Luci del varietà e soprattutto in Le tentazioni del dottor Antonio. Ma Eduardo fu anche regista, se pure non eccelso e “teatrale”. Tuttavia gli adattamenti di Napoli milionaria e Filumena Marturano sono godibilissimi, Napoletani a Milano e il felliniano Fortunella per la Masina meritano di essere riconsiderati, mentre l’episodio Tonío di Marito e moglie, dove lasciò che fosse Tina Pica a dominarlo, è la sua cosa di cinema più bella e inventiva, con insolite punte di crudeltà. Tina Pica non amava Eduardo perché lo aveva sopportato come capocomico per molti anni e un capocomico è un capotribù, una compagnia non è solo un’impresa artistica. Lo chiamò, raccontò Dante Maggio, “o diavolo”. Ce ne fossero ancora. di diavoli come Eduardo!
Da Film Tv, 52, 2004

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Carriera

A teatro

Un manoscritto di Eduardo che recita: "Lo sforzo disperato che compie l'uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato è teatro"


Al cinema (attore)

Al cinema (regista)


In televisione

  • Teatro in diretta (1955-56)
  • Sei telefilm da sei atti unici (1956)
  • Teatro in diretta (1959)
    • Tre calzoni fortunati
    • La fortuna con l'effe maiuscola
    • Il medico dei pazzi
  • Il teatro di Eduardo. Primo ciclo (1962)
    • Tipi e figure
    • Poesie
    • L'avvocato ha fretta
    • Sik-Sik
    • Ditegli sempre di sì
    • Natale in casa Cupiello
    • Napoli milionaria
    • Questi fantasmi!
    • Filumena Marturano
    • Le voci di dentro
    • Sabato, domenica e lunedì
  • Un teleromanzo (1963)
    • Peppino Girella (originale televisivo in sei puntate)
  • Il teatro di Eduardo. Secondo ciclo (1964)
    • Chi è più felice di me?
    • L'abito nuovo
    • Non ti pago!
    • La grande magia
    • La paura numero uno
    • Bene mio core mio
    • Mia famiglia
    • Il sindaco del rione Sanità
  • Il ciclo scarpettiano (1975)
  • Il teatro di Eduardo. Terzo ciclo (1975-1976)
    • Uomo e galantuomo
    • De Pretore Vincenzo
    • L'arte della commedia
    • Gli esami non finiscono mai
  • Il teatro di Eduardo. Quarto ciclo (1977-1981)
    • Natale in casa Cupiello (1977)
    • Il cilindro (1978)
    • Gennareniello (1978)
    • Quei figuri di tanti anni fa (1978)
    • Le voci di dentro (1978)
    • Il sindaco del rione Sanità (1979)
    • Il contratto (1981)
    • Il berretto a sonagli (1981)
  • Serata d'onore (1978)
    • Lieta serata insieme a Eduardo e ai suoi compagni d'arte
  • Lirica in TV (1959, 1977, 1984)
    • La pietra del paragone (1959)
    • Napoli milionaria! (1977)
    • La pietra del paragone (1984)
  • Cuore (1984)

Prosa radiofonica

Bibliografia

Opere di Eduardo

Teatro

  • Teatro. Cantata dei giorni pari, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2000
  • Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo I, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2005
  • Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo II, Edizione critica e commentata a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2007
  • Cantata dei giorni pari, (Einaudi, Torino, 1959)
  • Cantata dei giorni dispari (3 volumi), (Einaudi, Torino, 1995)
  • I capolavori di Eduardo (2 volumi), (Einaudi, Torino, 1973)
  • Tre commedie (con nota introduttiva di G. Davico Bonino), (Einaudi, Torino, 1992)

Adattamenti e lavori teatrali in collaborazione

  • Pulicinella ca va' truvanno 'a fortuna soia pe' Napule di P. Altavilla (libero adattamento di Eduardo), (Edizioni del Teatro San Ferdinando, Napoli, 1958)
  • La fortuna con l'effe maiuscola (in collaborazione con A. Curcio, in "Il teatro di Armando Curcio", Curcio, Milano, 1977)
  • La tempesta di William Shakespeare nella traduzione in napoletano di Eduardo De Filippo, (Einaudi, Torino, 1984)
  • Peppino Girella (da una novella di Isabella Quarantotti De Filippo, Editori Riuniti, Roma, 1964)
  • Eduardo De Filippo presenta 4 commedie di Eduardo e Vincenzo Scarpetta (liberi adattamenti di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1974)
  • Simpatia (in collaborazione con la Scuola di drammaturgia di Firenze), (Einaudi, Torino, 1981)
  • Mettiti al passo!, (commedia di C. Brachini su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1982)
  • L'erede di Shyloc (commedia di L. Lippi su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1984)
  • Un pugno d'acqua (commedia di R. Iannì su soggetto di Eduardo), (Einaudi, Torino, 1985)
  • Teatro. Cantata dei giorni pari, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2000
  • Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo I, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2005
  • Teatro. Cantata dei giorni dispari, tomo II, a cura di Nicola De Blasi e Paola Quarenghi, Milano, Mondadori (I Meridiani) 2007


Poesie e racconti

Della produzione artistica di Eduardo non vanno dimenticate le poesie di cui lo stesso autore ce ne racconta la genesi:«Dopo aver scritto poesie giovanili, come fanno più o meno tutti i ragazzi, questa attività divenne per me un aiuto durante la stesura delle mie opere teatrali. Mi succedeva, a volte, riscrivendo una commedia, d'impuntarmi su una situazione da sviluppare, in modo da poterla agganciare più avanti a un'altra, e allora, messo da parte il copione, per non alzarmi dal tavolino con un problema irrisolto, il che avrebbe significato non aver più voglia di riprendere il lavoro per chissà quanto tempo, mi mettevo davanti un foglio bianco e buttavo giù versi che avessero attinenza con l'argomento e i personaggi del lavoro interrotto.

Questo mi portava sempre più vicino all'essenza del mio pensiero e mi permetteva di superare gli ostacoli.

Per esempio, La gatta d' 'o palazzo e Tre ppiccerilli [6] mi aiutarono ad andare avanti con Filumena Marturano. Come la gatta lascia il biglietto da mille lire e mangia il cibo, così Filumena non mira al danaro di Domenico Soriano ma alla pace e alla serenità dei suoi figli.

I quali figli sono poi i tre bambini sotto un ombrello che vidi davvero una mattina in un vicolo di Napoli, uniti nella poesia, separati nella vicenda teatrale fino al momento della rivelazione di Filumena... A poco a poco ci ho preso gusto e ora scrivo poesie anche indipendentemente dalle commedie». (in nota di copertina a "Eduardo De Filippo,Le poesie, Einaudi, Collana: ET Poesia, 2005"

Altri scritti

  • Io e la nuova commedia di Pirandello, Il Dramma, 1° giugno 1936
  • Lettera al Ministro dello Spettacolo, in L. Bergonzini e F. Zardi, "Teatro anno zero", (Parenti, Firenze, 1961)
  • Prefazione a M. Mangini, "Eduardo Scarpetta e il suo tempo", (Montanino, Napoli, 1961)
  • Sulla recitazione, in "Actors in Acting", Crown Publishers, (New York, 1970)
  • Il teatro e il mio lavoro, in "Adunanze straordinarie per il conferimento dei premi A. Feltrinelli", vol. I, fasc. 10, (Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 1973)
  • I fantasmi siamo noi!, lezione-spettacolo, (Piccolo Teatro di Milano, n. 3, 1985)
  • L'abbrustolaro, Introduzione a M.R. Schiaffino, "Le ore del caffè", (Idealibri, Milano, 1985)
  • Lezioni di teatro. All'Università di Roma "La Sapienza", a cura di P. Guarenghi, prefazione di F. Marotti, (Einaudi, Torino, 1986)

Note

Le note 1,2,3,4 sono tratte da un articolo dello scrittore siciliano Andrea Camilleri riportato nel sito Vigata.org [1]

  1. ^ Racconta Andrea Camilleri che lavorò a lungo con Eduardo per la trasposizione televisiva delle sue commedie:«Io gli chiesi una volta dei suoi rapporti con Pirandello. Avevano fatto ‘L’Abito Nuovo’ insieme. Lui aveva una sorta di stima-disistima. Stima l’aveva come uomo di teatro, aveva minore stima come inventore di commedie. Mi raccontò che i ‘Sei Personaggi....’ in realtà non erano originali, ma risalivano non so a quale fonte. Però diceva alla fine: "Come l’ha saputo strutturare lui..."»
  2. ^ «La cosa che ritengo davvero straordinaria è come per i napoletani [Eduardo] sia ancora presente, vivo, nei modi di dire, nelle citazioni di sue battute. Noi siamo stati a Vicolo San Liborio, vicolo di ‘Filumena Marturano’, ed è nata come una specie di piccola inchiesta e la gente è convinta che Filumena Marturano abitava lì e ci hanno mostrato la casa.»
  3. ^ «Io sarò al Senato quello che sono stato sia nella vita, sia nelle commedie. È per quello che ho scritto che mi lusingo abbiano voluto compensarmi con la nomina a senatore. Quindi lo sapevano e lo sanno che io sono per il popolo». (Eduardo De Filippo, in occasione della nomina a senatore)
  4. ^ Fonte: Defilippo.it
  5. ^ Andrea Camilleri in un articolo scritto in memoria di Eduardo con cui ebbe frequentazioni di lavoro e d'amicizia ricorda questo episodio: «L’immagine che uno aveva di Eduardo era di un uomo corazzato, un uomo che si difendeva anche recitando la parte che si era assegnata lui stesso nella vita. Non so come nel 1960 ero preoccupato perché una delle mie figlie aveva la febbre alta; non pensai all'incidente della bambina di Eduardo e gli dissi che ero un po’ preoccupato per mia figlia. Rispose: "Io l’ho persa una figlia". E mi raccontò minutamente come lui aveva vissuto la cosa e si mise a piangere. Non è una cosa che si sopportava facilmente veder piangere Eduardo. È stata una cosa inenarrabile, penosa. Mi dispiace anche di averla rammentata.»
  6. ^ Tre ppiccerille,
    sott'a nu mbrello:
    duje bruttulille,
    n'ato cchiù bello.
    Chillu occhiù bello,
    cchiù strappatiello,
    purtav' 'o mbrello,
    a rras' 'e cappiello.
    (da "Tre ppiccerille" in op.cit.)

Opere su Eduardo

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria


Peppino De Filippo

  

 Fonte: Wikipedia, l'enciclopedia libera 

Peppino De Filippo

Giuseppe De Filippo

Giuseppe De Filippo detto Peppino (Napoli26 agosto 1903 – Roma26 gennaio 1980) è stato un attore, comico e drammaturgo italiano. È uno dei più famosi attori comici italiani del Novecento, ed è considerato il più grande interprete del ruolo di "spalla" del cinema italiano, ruolo che, con Totò, egli creò e portò avanti fino alla morte del collega.

Biografia

Figlio del commediografo Eduardo Scarpetta e fratello di Eduardo e Titina, debuttò sui palcoscenici sin da bambino.

Dopo varie esperienze con diverse compagnie teatrali, sempre in ruoli da 'generico', nel 1931 fonda insieme con i fratelli la Compagnia Teatro Umoristico: i De Filippo. È un'esperienza di grande successo: tournée in tutta Italia, nuove commedie, critiche entusiaste e teatri sempre pieni. Tuttavia nel 1944, per un dissidio con il fratello Eduardo, Peppino lascia la compagnia. Questa separazione darà modo a Peppino di trovare un suo stile come autore, distinguendosi da Eduardo per il tono delle sue commedie, più leggero. Anche come attore, Peppino avrà modo di mostrare tutta la sua versatilità; si ricordano in particolare due interpretazioni che danno la dimostrazione della capacità di Peppino di uscire dai limiti del teatro brillante e dialettale: quella de Il guardiano di Harold Pinter, diretto da Edmo Fenoglio nel 1977 con Ugo Pagliai e Lino Capolicchio, e quella di Arpagone nell'Avaro di Molière.

Ma Peppino non è legato solo al teatro: probabilmente la sua grande popolarità è dovuta soprattutto al cinema e alla televisione. Al cinema, il suo sodalizio con Totò in diversi film, ha dato vita ad una delle più straordinarie coppie comiche del cinema italiano. I due attori infatti avevano una straordinaria intesa e capacità di compensarsi, e Peppino De Filippo può considerarsi senza dubbio il partner migliore di Totò, al punto che nel suo caso il termine "spalla" sarebbe senz'altro riduttivo. I loro film furono straordinari successi di pubblico, sebbene la critica dell'epoca li snobbasse; in particolare si ricordano: Totò, Peppino e la malafemmina (memorabile la scena della lettera dettata da Totò e scritta da Peppino, divenuta un vero cult, affettuosamente citata da Roberto Benigni e Massimo Troisi in Non ci resta che piangere), Totò, Peppino e i fuorilegge, La banda degli onesti. Ha lavorato anche con Federico Fellini e Alberto Lattuada in Luci del varietà: sarebbe poi tornato a lavorare col Maestro riminese nell'episodio Le tentazioni del dottor Antonio, inserito in Boccaccio '70.

Peppino De Filippo e l'amico di sempre Totò nel film "Totò e Peppino divisi a Berlino"

Altrettanto memorabile è il personaggio inventato per la trasmissione televisiva Scala reale: Pappagone. Un umile servitore, al servizio del Cummendatore Peppino De Filippo, in cui convergono le tipiche maschere del teatro napoletano (Pulcinella e Felice Sciosciammocca), inventore di un gergo particolarissimo ed esilarante. I suoi 'pirichè', 'ecquequa', 'carta d'indindirindà' entrarono nel parlato comune divenendo modi di dire diffusissimi.

Sposato tre volte, dalla sua prima moglie Adele Carloni ha avuto un figlio, Luigi, che continua con successo l'attività di suo padre.

Teatro

  • Trampoli e cilindri, (Un atto in dialetto napoletano) (1927)
  • Un ragazzo di campagna, originariamente rappresentato con il titolo Tutti uniti canteremo (Farsa in due parti) (1931)
  • Don Rafele 'o trumbone, (Commedia in un atto) (1931)
  • Spacca il centesimo, (Commedia in un atto) (1931)
  • Miseria bella, (Farsa in un atto) (1931)
  • Una persona fidatissima, (Farsa in un atto) (1931)
  • Aria paesana, (Storia vecchia uguale per tutti in un atto) (1931)
  • Amori e balestre!, (Farsa in un atto in dialetto napoletano) (1931)
  • Sto bene con l'elmo, (commedia in un atto unico) (1931)
  • Cupido scherza e spazza, (Farsa in un atto in dialetto napoletano) (1932)
  • Quale onore, (Farsa in un atto) (1932)
  • Caccia grossa, (Un atto ironico romantico) (1932)
  • Cinque minuti dopo, (Atto unico) (1932)
  • Uno, due e tre - Hop...là (atto unico) (1932)
  • A Coperchia è caduta una stella, (Farsa campestre in due parti) (1933)
  • La lettera di mammà, (Farsa in due parti) (1933)
  • Quaranta ma non li dimostra, (Commedia in due parti in collaborazione con Titina De Filippo) (1933)
  • Il ramoscello d'olivo, (Farsa in un atto) (1933)
  • I brutti amano di più, (Commedia romantica in tre parti) (1933)
  • Lorenzo e Lucia, (commedia in tre atti) (1934)
  • Liolà (dalla novella di Luigi Pirandello, trasposta in dialetto napoletano) (1935)
  • Un povero ragazzo, (Commedia in tre atti e quattro quadri) (1936)
  • Il compagno di lavoro, (Un atto in dialetto napoletano) (1936)
  • Il mio primo amore (atto unico dei fratelli De Filippo, radiotrasmesso) (1937)
  • Bragalà paga per tutti!, (Un atto in dialetto napoletano) (1939)
  • Il grande attore, (Commedia in un atto) (1940)
  • Una donna romantica e un medico omeopatico, (Da una commedia - parodia in cinque atti di Riccardo di Castelvecchio. Riduzione in tre atti in dialetto napoletano) (1940)
  • ...di pasquale del Prado, (rifacimento in tre atti di Lo chicos crescen di Darthes e Damiel) (1941)
  • Prestami cento lire, (atto unico di A. Vacchieri, versione napoletana di Peppino) (1941)
  • Non è vero...ma ci credo, (Commedia in tre atti) (1942)
  • I casi sono due, (Commedia in tre atti) (1945)
  • Quel bandito sono io!, (Farsa in tre atti e quattro quadri) (1947)
  • L'ospite gradito!, (Tre atti comici) (1948)
  • Quel piccolo campo..., (Commedia in tre atti) (1948)
  • Per me come se fosse!, (Commedia in due parti e quattro quadri) (1949)
  • Carnevalata, (Un atto)(1950)
  • Gennarino ha fatto il voto, (Farsa in tre atti) (1950)
  • I migliori sono così, (Farsa in due parti e otto quadri) (1950)
  • Pronti? Si gira!, (Satira buffa in un atto) (1952)
  • Pranziamo insieme!, (Farsa in un atto) (1952)
  • Io sono suo padre!, (Commedia in due parti e quattro quadri) (1952)
  • Pater familias, (Commedia in un atto) (1955)
  • Noi due!, (Commedia in un atto) (1955)
  • Un pomeriggio intellettuale, (Commedia in un atto) (1955)
  • Dietro la facciata, (Commedia in un atto) (1956)
  • Le metamorfosi di un suonatore ambulante, (Farsa all'antica in un prologo, due parti e cinque quadri. Con appendice e musiche di Peppino De Filippo) (1956)
  • Il talismano della felicità, (Farsa in un atto) (1956)
  • La collana di cento noccioline, (Commedia in un atto) (1957)
  • Omaggio a Plauto, (Un atto) (1963)
  • Tutti i diavoli in corpo, (Un atto) (1965)
  • L'amico del diavolo, (Commedia in tre atti) (1965)

Filmografia

Prosa radiofonica

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana - nastrino per uniforme ordinaria

Note

  1. ^ Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana Sig. Peppino De Filippo

11/10/2008

MASANIELLO (PARTE 3)

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 MASANIELLO (PARTE 3)

Il tradimento e la morte

Il 16 luglio, giorno della ricorrenza della Madonna del Carmine, affacciato da una finestra di casa sua, cercò inutilmente di difendersi dalle accuse di pazzia e tradimento che provenivano dalla strada. Il capopopolo, il cui fisico era ormai debilitato dalla malattia, accusò i suoi detrattori di ingratitudine e ricordandogli le condizioni in cui versavano prima della rivolta, pronunciò la frase rimasta proverbiale:«tu ti ricordi, popolo mio, come eri ridotto?». Sentendosi braccato cercò rifugio nella Basilica del Carmine, e qui, interrompendo la celebrazione della messa, pregò l'arcivescovo Filomarino di poter partecipare prima di morire, insieme a lui, al viceré ed alle altre autorità della città, alla tradizionale cavalcata in onore della Vergine.[29] Poi salì sul pulpito per tenere il suo ultimo discorso:

(NAP)
« Amice miei, popolo mio, gente: vuie ve credite ca io sò pazzo e forze avite raggione vuie: io sò pazze overamente. Ma nunn'è colpa da mia, so state lloro che m'hanno fatto'ascì afforza n'fantasia! Io ve vulevo sulamente bbene e forze sarrà chesta 'a pazzaria ca tengo 'ncapa. Vuie prim)(me eravate munnezza e mò site libbere. Io v'aggio fatto libbere. Ma quanto pò durà sta libbertà? Nu juorno?! Duie juorne?! E già pecché pò ve vene 'o suonno e ve jate tutte quante 'a cuccà. E facite bbuone: nun se pò campà tutta a vita cu na scupetta 'mmano. Facite comm'a Masaniello: ascite pazze, redite e vuttateve 'nterra, ca site pat' 'e figlie. Ma si ve vulite tenere 'a libbertà, nun v'addurmite! Nun pusate ll'arme! 'O vedite? A me m'hanno avvelenate e mò me vonno pure accidere. E ci 'hanno raggione lloro quanno diceno ca nu pisciavinnolo nun pò addeventà generalissimo d'a pupulazione a nu mumento a n'ato. Ma io nun vulevo fa niente 'e male e manco niente voglio. Chi me vo' bbene overamente diccesse sulo na preghiera pe me: nu requia-materna e basta pé quanno moro. P' 'o rriesto v' 'o torno a dì: nun voglio niente. Annudo so' nato e annudo voglio murì. Guardate!! »
(IT)
« Amici miei, popolo mio, gente: voi credete che io sia pazzo e forse avete ragione voi: io sono pazzo veramente. Ma non è colpa mia, sono stati loro che per forza mi hanno fatto impazzire! Io vi volevo solo bene e forse sarà questa la pazzia che ho nella testa. Voi prima eravate immondizia ed adesso siete liberi. Io vi ho resi liberi. Ma quanto può durare questa vostra libertà? Un giorno?! Due giorni?! E già perché poi vi viene il sonno e vi andate tutti a coricare. E fate bene: non si può vivere tutta la vita con un fucile in mano. Fate come Masaniello: impazzite, ridete e buttatevi a terra, perché siete padri di figli. Ma se invece volete conservare la libertà, non vi addormentate! Non posate le armi! Lo vedete? A me hanno dato il veleno e adesso mi vogliono anche uccidere. Ed hanno ragione loro quando dicono che un pescivendolo non può diventare generalissimo del popolo da un un momento all'altro. Ma io non volevo far niente di male e nemmeno niente voglio. Chi mi vuol bene veramente dica per me solo una preghiera: un requiem soltanto quando sarò morto. Per il resto ve lo ripeto: non voglio niente. Nudo sono nato e nudo voglio morire. Guardate!! »

Dopo essersi spogliato ed essere stato deriso dai presenti fu invitato a calmarsi dall'arcivescovo e fatto accompagnare in una delle celle del convento. Qui venne raggiunto da alcuni capitani delle ottine corrotti dagli spagnoli: Carlo e Salvatore Catania, Andrea Rama, Andrea Cocozza e Michelangelo Ardizzone. Sentita la voce amica di Ardizzone, Masaniello aprì la porta della cella e fu freddato con una serie di archibugiate. Il corpo fu decapitato, trascinato per le strade del Lavinaio, e gettato in un fosso tra Porta del Carmine e Porta Nolana vicino ai rifiuti, mentre la testa fu portata al viceré come prova della sua morte.

I capitani delle ottine coinvolti nella congiura, come rivelano alcuni documenti conservati nell'archivio di Simancas, furono ampiamente ricompensati dalla Corona di Spagna. Carlo Catania chiese la capitania a guerra della città di Napoli e cinquecento scudi; Salvatore Catania, la carica di Percettore di Terra di Lavoro; Andrea Cocozza, la capitania a guerra di Nicastro ed una pensione di trecento scudi per il figlio. Le loro aspirazioni furono coronate il 17 giugno 1648, quando ricevettero tutti il privilegio di nobiltà ed il compito di governare per sei anni, rispettivamente, i territori di Modugno, Cava e Catanzaro, con venticinque scudi mensili di pensione ad incarico compiuto.

Giulio Genoino fu invece premiato con le nomine, conferitegli il giorno dopo la fucilazione di Masaniello, a Presidente Decano della Sommaria ed a Presidente del Collegio dei Dottori, trovandosi così al vertice dell'ordinamento forense del regno. Il servigio reso alla monarchia iberica non risparmiò l'anziano prete quando, procuratosi di nuovo l'ostilità degli spagnoli, fu arrestato per l'ultima volta. Genoino morì a Mahón sull'isola di Minorca, durante il viaggio verso la prigione di Malaga.

L'arcivescovo Filomarino, il cui sostegno verso il capopopolo era venuto a mancare a causa della «temerità, furore e tirannide» dimostrata dopo il 13 luglio, si recò con il duca d'Arcos a rendere grazie «a Dio Benedetto, alla Beatissima Vergine, ed al glorioso S. Gennaro» per avere «estinto il perturbatore, e restituita la perduta quiete» alla città di Napoli.

Dannazione e riabilitazione

Il giorno dopo, il popolo si accorse che con la morte del pescatore i tanto sofferti miglioramenti ottenuti durante la rivolta erano svaniti. La mattina, le donne del Mercato che si recarono a comprare la palata di pane, trovarono che essendo stata reintrodotta la gabella sulla farina, la palata, il cui peso era stato fissato da Masaniello a trentadue once, era tornata a pesare trenta once. Ben presto si incominciò a sentire la mancanza di colui che era riuscito, anche se per pochissimo tempo, a migliorare le condizioni di vita della popolazione, finché un gruppo di persone ne recuperò pietosamente il corpo e la testa, che dopo essere stati lavati con l'acqua del Sebeto furono ricuciti insieme.[34]

Le autorità spagnole, temendo l'infuriare di una nuova sommossa, ordinarono di assecondare tutte le manifestazioni di devozione verso il capopopolo assassinato. Il cardinale Filomarino, supplicato di celebrare i funerali, scrisse al Papa queste parole:

« Da questo incidente del pane n'è risultato, che dove la morte del Masaniello non era stata sentita più che tanto, né avea fatta grande impressione negli animi de' suoi seguaci (perché con la sua pazzia s'era reso a tutti esoso); il mercoledì l'incominciarono a piangere, a sospirare, esaltare e preconizzare; e desiderando la sua sepoltura, di cui prima non si curavano, vennero a chiedermela in grazia, timorosi che per gli uffici fatti io non fossi per concedercela; ma gliela concedei di buona voglia, e prontamente.»

Dopo aver accettato, Filomarino ordinò che tutti i preti sotto la sua giurisdizione partecipassero il 18 luglio alla celebrazione. Il corteo funebre, uscito dalla Basilica del Carmine due ore prima del tramonto, era seguito da decine di migliaia di persone, mentre da tutte le finestre venivano esposte coperte e lumi come tributo d'onore. Il feretro, avvolto in un lenzuolo di seta bianco ed in una coltre di velluto nero, con alla destra una spada ed alla sinistra il bastone di Capitano generale, fu portato in processione per tutta la città quasi si trattasse delle spoglie di un santo. Attraversò tutti i sei seggi di giustizia della città, seguendo l'itinerario della rituale cavalcata che i viceré tenevano al momento dell'insediamento. Dopo aver attraversato via Toledo, passando di fronte al Palazzo Reale, il duca d'Arcos ordinò di abbassare le bandiere spagnole in segno di lutto.

Lapide commemorativa nella Basilica del Carmine.
Lapide commemorativa nella Basilica del Carmine.

Un anonimo poeta compose:

« È muorto chi lu Nobile ha smaccato,
È muorto chi ha cresciuto li panelle,
È muorto chi ha strette li Gabelle,
È muorto chi nu Regno ha sorzellato.
Napole scuso tene e derropato
Chi l'ha fatto saglì 'ncopp' a li stelle;
L'accise co na mano de rebbelle
Nu panettiere
suggeco frustrato.
Che sbarione! S'amma stammatina,
Sta sera s'odia e se le fa gran guerra.
Mprimma s'onora, appriesso s'assassina.
Hoje se vede senza capa 'nterra,
Pe tutta la cetate se trascina;
Craje da Generalissimo s'attera.
»

Il corpo del capopopolo fu oggetto di una forma di venerazione religiosa: la litania che la folla recitò comprendeva anche un «Sancte Mas'anelle, ora pro nobis»; ed alcune donne, invocandolo come un redentore, cercarono di toccarne il corpo e di staccarne i capelli per conservarli come reliquie.Alle tre del mattino, finita la processione, fu data sepoltura al feretro nella Basilica del Carmine, dove i resti di Masaniello rimasero fino al 1799. In quell'anno, dopo aver represso violentemente la rivoluzione napoletana, Ferdinando IV di Borbone ne ordinò la rimozione e la dispersione allo scopo di cancellare il ricordo di ogni opposizione al potere regio. Sul luogo c'è oggi una lapide commemorativa fatta apporre dai Frati carmelitani nel 1961, in occasione del centenario dell'Unità d'Italia.

Resa di Napoli a Don Giovanni d'Austria nel 1648, Carlo Coppola, 1648.
Resa di Napoli a Don Giovanni d'Austria nel 1648, Carlo Coppola, 1648.[9]

La moglie Bernardina, la sorella Grazia e la madre Antonia fuggirono a Gaeta, dove le ultime due furono uccise. Bernardina, risparmiata perché incinta, tornò a Napoli dove, ridotta alla più assoluta povertà, fu costretta a prostituirsi in un vicolo del Borgo Sant'Antonio Abate. Qui venne più volte picchiata e derubata per sfregio dai soldati spagnoli suoi clienti. Morì di peste durante l'epidemia del 1656.

Con la fine di Masaniello la rivolta tuttavia non si spense ed anzi assunse, sotto la guida del nuovo capopopolo Gennaro Annese, un marcato carattere antispagnolo. Gli scontri contro la nobiltà ed i soldati si susseguirono violentissimi nei mesi successivi, fino alla cacciata degli spagnoli dalla città. Il 17 dicembre fu infine proclamata la Real Repubblica Napoletana sotto la guida del duca francese Enrico II di Guisa, che in quanto discendente di Renato d'Angiò rivendicava pretese sul trono di Napoli. L'esempio di Masaniello fu seguito anche in altre città: da Giuseppe d'Alesi a Palermo, e da Ippolito di Pastina a Salerno.

La parentesi rivoluzionaria si concluse solo il 6 aprile 1648, quando don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo IV, alla guida di una flotta proveniente dalla Spagna riprese il controllo della città. Il dominio spagnolo su Napoli continuò senza più opposizioni fino al 1707, quando la guerra di successione spagnola pose fine al viceregno iberico sostituendogli quello austriaco.

Influenza storica e culturale

L'eco della rivolta di Masaniello in Europa
Masaniello raffigurato dall'incisore olandese Pieter de Jode, 1660 ca.
Masaniello raffigurato dall'incisore olandese Pieter de Jode, 1660 ca.

La notizia della ribellione guidata dal pescivendolo napoletano varcò i confini del regno ed attraversò rapidamente tutta l'Europa. La Francia, all'epoca saldamente guidata dal cardinale Mazzarino, sostenne la rivolta in funzione antispagnola ed appoggiò apertamente l'impresa di Enrico II di Guisa, allo scopo di far rientrare il Regno di Napoli sotto l'influenza francese.

L'eco degli eventi napoletani giunse fino in Inghilterra dove Oliver Cromwell, dopo la guerra civile inglese, instaurò la repubblica nel 1649. La figura di Cromwell e quella di Masaniello venivano spesso accostate: in Olanda fu coniata una medaglia raffigurante il volto di Cromwell incoronato da due soldati sul dritto, e quello di Masaniello incoronato da due marinai sul rovescio. Le iscrizioni sotto i due volti recitano: OLIVAR CROMWEL PROTECTOR V. ENGEL: SCHOTL: YRLAN 1658 (Oliver Cromwell protettore d'Inghilterra, Scozia e Irlanda 1658), e MASANIELLO VISSCHER EN CONINCK V. NAPELS 1647 (Masaniello pescatore e re di Napoli 1647).

Il filosofo Baruch Spinoza, come testimoniato dal suo biografo Johannes Colerus, era talmente affascinato dalla figura di Masaniello da ritrarlo spesso con le proprie sembianze, come a voler considerare se stesso il "Masaniello della metafisica".

Critica storiografico

Nel Settecento, in un'Europa attraversata dai valori liberali dell'Illuminismo, diversi intellettuali esaltarono la figura del capopopolo napoletano. A Napoli, durante l'esperienza repubblicana del 1799, Masaniello fu spesso celebrato dagli intellettuali rivoluzionari (erroneamente) come il «primo Repubblicano di Napoli», e per questo motivo gli fu intitolato il quartiere Mercato con il nome di Cantone Masaniello. Eleonora Pimentel Fonseca, dalle pagine del Monitore Napoletano ne fece un combattente per i diritti dell'uomo, capace di trascinare proprio quella popolazione umile della città che invece nel 1799 mostrava ostilità verso il governo repubblicano:

« Qual biasimevole contrasto opponete ora Voi a' vostri avoli de' tempi del gran Masaniello! Senza tanto lume di dottrine e di esempj, quanti ora ne avete, diè Napoli le mosse, proseguirono i vosti avoli, insorsero da per tutto contra il dispotismo, gridarono la Repubblica, tentarono stabilir la democrazia, e per solo ragionevole istinto reclamarono i diritti dell'Uomo. Ora proclamano l'uguaglianza, e la democrazia i nobili, la sdegnano le popolazioni! »

Vincenzo Cuoco, dando un interpretazione giacobina della rivolta del 1647, lo descrisse come un precursore della corrente rivoluzionaria settecentesca:

« Masaniello, senza i nostri lumi, ma nel tempo stesso senza i nostri vizi e gli errori nostri, suscitò in tempi meno felici una gran rivoluzione in quel regno; la spinse felicemente avanti perché la nazione lo desiderava ed ebbe tutta la nazione con lui perché egli voleva solo ciò che la nazione bramava. Con piccolissime forze, Masaniello ardì opporsi, e non invano, alla immensa vendetta della nazione spagnola; Masaniello morì, ma l'opera sua rimase. »

L'attaccamento al mito dimostrato dai rivoluzionari napoletani, probabilmente provocò quella sorta di damnatio memoriae a cui Masaniello fu condannato durante la restaurazione borbonica, e quindi la conseguente riscoperta in chiave risorgimentale. Durante il Risorgimento infatti, gli storici interpretavano gli eventi della storia italiana preunitaria alla luce del processo di unificazione in corso, caricandoli spesso di valori patriottici che in realtà non possedevano. Masaniello incarnò l'ideale indipendentista diventando un eroe che combatteva contro la dominazione straniera.

Al termine della stagione risorgimentale il mito del capopopolo decadde progressivamente fino alla provincializzazione del personaggio. Michelangelo Schipa e Benedetto Croce contribuirono enormemente al ridimensionamento dei moti del 1647, ed alla banalizzazione della figura del pescatore-rivoluzionario. Schipa descrisse Masaniello come «strumento d'altri» che «divenne presto d'impaccio», mettendo invece in risalto il ruolo del giurista Giulio Genoino, che secondo lo storico pugliese fu la «vera mente» dei moti. Croce definì la rivolta come «uno dei tanti moti plebei senza bussola e senza freno, senza capo né coda, senza presente e senza avvenire», attribuendone il grande successo storiografico «al naturale effetto della poesia pronta a prorompere dai petti umani a ogni favilla o parvenza di libertà».

Il giudizio dei due grandi storici intaccò pesantemente la figura di Masaniello, tanto che finì per personificare tutti quegli stereotipi e pregiudizi che volevano il popolano napoletano rozzo, incolto, furbo, prepotente con i deboli, e servile con i potenti, finendo per essere accostato alla figura di Pulcinella. È da questa visione del personaggio che deriva il modo di dire essere un Masaniello o fare il Masaniello, rivolto a coloro che incitano le folle con argomenti ritenuti di facile demagogia e populismo. Gli storici del Novecento, tra cui il meridionalista Giuseppe Galasso che ha definito il giudizio crociano «deludente» e dettato da un «tono sprezzante», hanno rilanciato la ricerca storica sugli eventi del 1647.

Arte, letteratura, spettacolo ed altro

Masaniello precocemente invecchiato. Dipinto di Onofrio Palumbo, 1647 ca.
Masaniello precocemente invecchiato. Dipinto di Onofrio Palumbo, 1647 ca.[9]

Diversi pittori napoletani della cosiddetta Compagnia della Morte, in particolare Aniello Falcone, Salvator Rosa, Micco Spadaro e Andrea di Leone, rappresentarono il capopopolo e le vicende della rivolta nei propri dipinti. Alcune delle opere sopravvissute sono conservate nel Museo di San Martino a Napoli.

Nel 1828 la figura di Masaniello compare in un ruolo non secondario nell'opera lirica di Daniel Auber, La muta di Portici, il cui successo ebbe notevole importanza per la rivoluzione belga. Una versione assai romanzata del personaggio è presente nell'opera Il Corricolo (1853) di Alexandre Dumas padre. Un'importante rappresentazione teatrale della vicenda del pescatore-rivoluzionario è quella di Eduardo De Filippo nel Tommaso d'Amalfi del 1963, presente nella Cantata dei giorni dispari, il cui interprete è Domenico Modugno. Sullo stesso soggetto, a partire dal 1996, Tato Russo mette in scena Masaniello-il musical, in cui il protagonista è stato prima interepretato da Gigi Finizio, poi da Gianni Fiorellino; seguirà una trasposizione cinematografica di Angelo Antonucci intitolata Amore e libertà-Masaniello.

È protagonista della canzone 'O cunto 'e Masaniello della Nuova Compagnia di Canto Popolare, tratta dall'album Li Sarracini Adorano lu Sole (1974). Viene inoltre citato in Canto allo Scugnizzo dei Musicanova (da Musicanova, 1978) e quindi nella cover Scugnizzi dei 24 Grana (da Loop live, 1998), in Je so' pazzo di Pino Daniele (da Je so' pazzo/Putesse essere allero, 1979), ed in Quel Giorno a Primavera dei Modena City Ramblers (da Dopo il lungo inverno, 2006).

Una particolare varietà di Nymphaea (ninfea) porta il nome di Nymphaea Masaniello.

Strade, piazze e monumenti

A Masaniello sono state intolate centinaia di strade e piazze in diverse città italiane e, proprio a Napoli, nessuna fino agli anni settanta. Per questa mancanza protestò anche il famoso scrittore Luciano De Crescenzo nel romanzo Così parlò Bellavista del 1977. Gli fu dedicata allora una piccola piazzetta nei pressi di Piazza Mercato e Piazza del Carmine che, nascosta dall'imponente Palazzo Ottieri, è oggi abbandonata in uno stato di degrado. Nel 2007, sono stati investiti 500.000 euro per la riqualificazione dell'area.

Nella Basilica del Carmine, oltre all'iscrizione sull'antico luogo di sepoltura, è presente una statua del capopopolo nel chiostro.

La fontana di Piazza Mercato, dalla quale si dice Masaniello arringasse la folla, fu acquistata nel 1812 dal Comune di Cerreto Sannita ed è oggi sita nella piazza centrale del paese.

31/07/2008

Campi Flegrei

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Campi Flegrei

bussola 
Vista satellitare dei Campi Flegrei
Vista satellitare dei Campi Flegrei
« I dintorni di Napoli sono i più meravigliosi del mondo. La distruzione e il caos dei vulcani inclinano l'anima a imitare la mano criminale della natura... «Noi, - dissi alle mie amiche, - somigliamo a questi vulcani e le persone virtuose alla monotona e desolata pianura piemontese. »

I Campi Flegrei sono una vasta area di origine vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli; la parola "flegrei" deriva dal greco flègo che significa "brucio", "ardo". Nella zona sono tuttora riconoscibili almeno ventiquattro tra crateri ed edifici vulcanici, alcuni dei quali presentano manifestazioni gassose effusive (area della Solfatara) o idrotermali (ad Agnano, Pozzuoli, Lucrino), nonché sono causa del fenomeno del bradisismo (molto riconoscibile per la sua entità nel passato nel cd. tempio di Serapide a Pozzuoli).

Nel 2003, in attuazione della Legge Regionale della Campania n. 33 del 1.9.1993, è stato istituito il Parco Regionale dei Campi Flegrei.

Fasi geologiche

Nei Campi Flegrei si riconoscono e distinguono tre periodi o fasi geologiche:

  • Il Primo Periodo Flegreo : risale a 42.000-35.000 anni fa; è caratterizzato da banchi in piperno e tufi grigi pipernoidi, riconoscibili nella collina dei Camaldoli, come nella dorsale settentrionale ed occidentale del monte di Cuma; altri prodotti ad esso riferibili sono quelli profondi di Monte di Procida, riconoscibili negli strapiombi della sua costa. Per questo periodo si parla anche del vulcano Archiflegreo la cui attività vulcanica esplosiva raggiunse l'apice con l'esplosione che disseminò in buona parte della regione Campania l'ignimbrite campana.
  • Il Secondo Periodo Flegreo : databile fra i 35.000-10.500 anni fa; è caratterizzato dal tufo giallo che costituisce i resti di un immenso vulcano subacqueo (avente un diametro di ca. Km 15 e Pozzuoli al suo centro), il cui cratere residuo è formato dalla collina di Posillipo, dalla collina dei Camaldoli, dalla dorsale settentrionale di Quarto, dai monti di Licola-S.Severino, dal dicco del monte di Cuma, e da Monte di Procida. All'interno di questo cratere si erge ancora il massiccio tufaceo del Monte Gauro che si colloca tra Pozzuoli e l'Averno.
  • Il Terzo Periodo Flegreo : datato dagli 8.000 ai 500 anni fa; è caratterizzato dalla pozzolana bianca che costituisce il materiale di cui è formata la maggior parte dei vulcani che formano i Campi Flegrei. Essi si sono collocati tutti all'interno del cratere primordiale del Secondo Periodo Flegreo; a grandi linee si può dire: con un'attività iniziale a sud-ovest nella zona di Bacoli e di Baia (10.000-8.000 anni fa); una attività intermedia in area centrale, zona tra Pozzuoli, Montagna Spaccata e Agnano (8.000-3.900 anni fa); ed infine un'attività più recente spostatasi nuovamente verso occidente a formare l'Averno e il Monte Nuovo (3.800-500 anni fa).

Attualmente l'area dei Campi Flegrei è compresa nei comuni di Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto Flegreo. Ricadono altresì in essa a Napoli i quartieri di Posillipo, Fuorigrotta, Agnano e le frazioni di Pianura, Pisani e Soccavo.

Fanno parte dei Campi Flegrei, benché si collochino al di fuori del cratere originario, le isole Flegree di Ischia, Procida e Vivara. Esse hanno una storia e cronologia in parte differente, in parte parallela a quella dei vulcani sulla terraferma. Numerosi altri crateri sono stati individuati nel golfo di Pozzuoli, sprofondati nel mare o disgregati da esso nel corso dei millenni. [da precisare]

Elenco dei vulcani

Massiccio tufaceo del Monte Gauro elungo la costa l'altipiano della Starza(veduta da Pozzuoli)
Massiccio tufaceo del Monte Gauro e
lungo la costa l'altipiano della Starza
(veduta da Pozzuoli)
La Solfatara di Pozzuoli
La Solfatara di Pozzuoli
Colata lavica (duomo trachitico) della Solfatara su cui è situata l'Accademia Aeronautica
Colata lavica (duomo trachitico) della Solfatara su cui è situata l'Accademia Aeronautica

Di seguito un elenco delle principali eruzioni, dei crateri spenti, dei vulcani e delle zone ancora attive, e dei picchi più facilmente riconoscibili nella morfologia dei luoghi (ordine cronologico di formazione):

Aspetti culturali

I Campi Flegrei hanno un enorme importanza storica, paesaggistica e territoriale per i seguenti motivi:

  • Seppur ridotte rispetto all'epoca antica, tuttavia numerose sono ancora le sorgenti di acque termali che vi sgorgano. Famosissime quelle disseminate in tutta l'isola di Ischia; sulla terraferma invece molto rinomate sono le Terme di Agnano a carattere soprattutto terapeutico; le Terme Puteolane; ed infine a Lucrino frequentatissime per relax e terapie sono le "Stufe di Nerone" (dove oltre gli impianti moderni per le immersioni, vi sono le saune che corrispondono agli impianti antichi di epoca romana) ed il "Lido Nerone - Lo scoglio" (dove è possibile immergersi nelle acque bollenti in apposite vasche situate sulla spiaggia).
  • A Pozzuoli - che era il porto di Roma fino a quando l'imperatore Traiano non costruì quello di Ostia Antica - vi sono numerosi edifici monumentali di epoca romana, fra cui l'antico mercato (Macellum) chiamato "Tempio di Serapide", il Tempio di Augusto, grandi edifici termali, tratti di strade romane, ampie necropoli monumentali, e ben due anfiteatri di cui l'Anfiteatro Flavio è il terzo più grande d'Italia.
  • A monte di Pozzuoli vi è la Solfatara, cratere ancora attivo dove si manifestano fumarole e laghetti di fango bollente. In esso vennero girati alcuni famosi film di Totò, tra cui Totò all'inferno e 47 morto che parla.
  • Poco distante da Pozzuoli, verso occidente, in riva al Lago Lucrino, nel 1538 è sorto il Monte Nuovo, il vulcano più recente d'Europa, oggi oasi del WWF insieme al cratere degli Astroni, quest'ultimo posto a ridosso del cratere di Agnano, entrambi ricadenti nel comune di Napoli.
  • Alle spalle del Lago Lucrino e del Monte Nuovo si situa il lago d'Averno, anch'esso una caldera vulcanica, splendida area protetta considerata dagli antichi l'entrata all'Oltretomba. In epoca romana per un breve periodo il lago fu utilizzato insieme al vicino lago Lucrino come porto militare dell'antica Roma, base chiamata Portus Julius. Sul lago d'Averno spicca il rudere di una grande sala termale romana chiamata Tempio di Apollo.
  • Più oltre, Baia (ricadente nel comune di Bacoli) rappresentava il luogo di soggiorno prediletto dell'aristocrazia romana e di diversi imperatori, che qui venivano a dilettarsi tra mare e otium edificandovi lussuose ville di soggiorno e numerosi impianti termali (di cui le sale monumentali ancora oggi vengono impropriamente chiamate "Tempio": spiccano quello di Mercurio, di Venere, di Diana). A Baia vennero inventate da Sergio Orata le suspensurae per mantenere calde le sale termali, e furono sperimentate in misura ridotta nuove soluzioni architettoniche di cupole, che furono poi applicate a Roma ad esempio nella realizzazione del Pantheon.
  • Attualmente l'antica Baia è parzialmente sommersa dal mare a causa del bradisismo: per le numerose presenze archeologiche sottomarine, recentemente il golfo di Baia è stato dichiarato area marina protetta ed istituito il Parco sommerso di Baia. Alcuni monumenti particolarmente significativi sono stati oggetto di scavi subacquei: degno di menzione è il Ninfeo di Punta Epitaffio la cui ricostruzione, completa delle sculture marmoree rinvenutevi, è visibile nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei situato nel Castello aragonese di Baia.
  • Dopo il comune di Bacoli vi è l'antica Misenum, villaggio sorto in epoca romana, sede dell'importante flotta pretoria dell'imperatore. La spiaggia di Miliscola a tutt'oggi conserva nel suo nome il ricordo degli allenamenti che vi svolgevano i marinai romani (militum schola). Dell'antico villaggio militare si è messo in luce il Sacello degli Augustali, splendidamente ricostruito in un'apposita sala del Castello Aragonese di Baia nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei. L'attuale frazione di Miseno è posta ai piedi del promontorio di Capo Miseno che rappresenta l'ultima propaggine di terraferma che racchiude il golfo di Pozzuoli, punta estrema del Golfo di Napoli.
  • A nord di Miseno, nel Lago Fusaro, su di un isolotto, si trova la graziosa Casina Vanvitelliana fatta costruire nel XVIII secolo dal re Ferdinando IV di Borbone come casina di appoggio alle sue battute di caccia alle folaghe o di pesca sul lago.
  • Dopo il lago Fusaro vi è l'antica città di Cuma, che è la colonia greca più antica in Magna Grecia, famosa fin dalle origini in quanto sede dell'oracolo ove vaticinava la Sibilla Cumana. Dell'antica città, poco scavata, è visitabile la parte bassa della città di epoca romana, con l'area del Foro ed i relativi edifici pubblici, la Crypta Romana, e soprattutto l'acropoli con l'antro della Sibilla ed i templi di Apollo e di Zeus. Fa da porta alla città lo splendido Arco Felice, un monumentale arco in laterizi di epoca romana costruito nel taglio che essi effettuarono nella collina, attraverso il quale l'antica via Domiziana entrava in Cuma.
  • Un taglio simile lo abbiamo a Montagna Spaccata, dove l'antica via Consolare Campana proveniente da Pozzuoli e fiancheggiata da numerosi edifici sepolcrali di epoca romana, penetra nel cratere di Quarto, dove è situato l'omonimo centro abitato di origini romane, chiamato così perché si trovava a quattro miglia di distanza da Puteoli sul diverticolo che portava alla via Appia antica.

 

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30/07/2008

Pizza napoletana

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  Pizza napoletana

da wikipedia, l'enciclopedia libera

bussola 
PIZZA NAPOLETANA VERACE ARTIGIANALE
Prodotto agroalimentare tradizionale
(ai sensi dell'art. 8 del D.Lgs. 30 aprile 1998, n. 173)
Pizza napoletana Marinara
Pizza napoletana Marinara
Categoria: prodotti della panetteria
Zona di produzione: Napoli
Regione: Campania


La pizza napoletana, dalla pasta morbida e sottile ma dai bordi alti, è la versione partenopea della pizza tonda.

Con la denominazione pizza napoletana verace artigianale è stata riconosciuta tra i prodotti agroalimentari tradizionali.

Origini

L'espressione pizza napoletana, data la sua importanza nella storia o nel territorio, viene usata in alcune regioni come sinonimo per pizza tonda.

Ricette

La peculiarità della pizza napoletana è dovuta soprattutto alla sua pasta che deve essere prodotta con un impasto per pane - ossia completamente privo di grassi - morbido ed elastico, steso a mano in forma di disco senza toccare i bordi che formeranno in cottura un tipico "cornicione" di 1 o 2 cm mentre la pasta al centro sarà alta circa 3 mm. Un veloce passaggio in un forno molto caldo deve lasciarla umida e soffice, non troppo cotta.

Nella più stretta tradizione della cucina napoletana sono previste solo tre varianti per quanto riguarda il condimento:

Alcuni ritengono che il pomodoro debba essere di tipo San Marzano.

Altri condimenti

Ricordando che i puristi di questo piatto considerano solo due tipi di pizza tradizionale, la Margherita e la marinara, sono comunque diffusi numerosi altri tipi di condimento che prevedono l'aggiunta di diversi ingredienti sopra la pizza.

Non è possibile elencare le innumerevoli varietà di pizze che sono state via via inventate e, dal momento che ogni pizzeria agisce a propria discrezione, è molto difficile individuare standard sempre validi. Si riportano comunque alcune tra le altre varianti di pizza napoletana più comuni nella tradizione napoletana.

  • Capricciosa (pomodoro, mozzarella, grana grattugiato, basilico, funghi, carciofini, prosciutto cotto, olive, olio. Non a Napoli, in alcuni casi vengono aggiunti anche acciughe e uova sode)
  • Quattro stagioni (normalmente gli stessi ingredienti della capricciosa, disposti ognuno in uno dei quattro quadranti in cui viene suddivisa la pizza, a volte con delle sottili striscioline di pasta per suddividerli)
  • Diavola (pomodoro, mozzarella, grana grattugiato, basilico, salame piccante, olio)
  • Quattro formaggi (mozzarella, altri formaggi a discrezione, basilico. A Napoli si fa esclusivamente bianca, altrove anche con pomodoro)
  • Bianca (mozzarella, grana grattugiato, basilico, olio)
  • Salsiccia e friarielli, o carrettiera (mozzarella, basilico, salsicce, friarielli, olio)
  • Ripieno (ripieno di mozzarella, prosciutto, funghi, ricotta, salame, un po' di pomodoro, basilico e/o altri ingredienti con aggiunta di pomodoro e basilico sopra la superficie)
  • Fritta (detta anche calzone, ha un ripieno di ricotta, mozzarella e salame o prosciutto o cicoli e viene non cotta in forno, ma fritta)
  • Siciliana (pomodoro, mozzarella, grana grattugiato, basilico, melanzane a funghetto, olio)
  • Ortolana (pomodoro, mozzarella, grana grattugiato, basilico, verdure miste fritte)
  • Romana (pomodoro, mozzarella, acciughe, origano, olio)


Negli ultimi anni a Napoli si sono diffuse, fino a raggiungere capillarmente praticamente ogni pizzeria, la pizza bianca con panna, mozzarella, prosciutto e mais, da molti chiama "mimosa", e la pizza bianca con panna, mozzarella, prosciutto e funghi, detta anche "chef".

Cottura

Secondo il disciplinare per la definizione di standards internazionali per l'ottenimento del marchio "Pizza Napoletana" la cottura deve avvenire in forno a legna a circa 485°C per circa 90 secondi

Strumenti tipici per la pizza napoletana

Per versare l'olio, i pizzaioli tradizionali utilizzano l'agliara, un contenitore in rame, internamente stagnato, con il becco lungo e stretto, in modo da far fuoriuscire un filo d'olio sottile e continuo.

Per infornare e governare la pizza in forno si utilizzano due pale a manico lungo: una più larga, di forma quadrata, dove la pizza viene stesa cruda, e con la quale la pizza viene infornata, ritirandola con un rapido colpo di braccio. Questa pala era tradizionalmente in legno, ma per motivi igienici è stata recentemente sostituita da una versione in alluminio. Un'altra pala più piccola, tonda, e di ferro, usata per far ruotare la pizza nel forno in modo fa farla cuocere uniformemente su tutti i lati.

Leggi e riconoscimenti

La lavorazione e gli ingredienti della verace pizza napoletana artigianale sono definiti nella norma UNI 10791:98 e sono stati predisposti dall'Associazione Verace Pizza Napoletana che dal 1984 promuove la conoscenza della verace pizza napoletana artigianale ed è la promotrice della norma UNI 10791:98 e del disciplinare della Pizza Napoletana S.T.G. prodotta secondo la tradizione napoletana.

Nel 2004 è iniziato l'iter per far ottenere alla pizza napoletana il marchio di qualità "Specialità Tradizionale Garantita" (STG). Per potersi fregiare di tale marchio, la pizza deve essere preparata con ingredienti e metodiche codificate. In particolare, l'unica operazione che può essere effettuata a macchina è la preparazione dell'impasto. Il taglio in panetti e la manipolazione della pasta per ottenere il disco devono essere fatti a mano.
Il 14 febbraio 2008 la norma è stata pubblicata sulla G.U. CE e se entro sei mesi non ci saranno opposizioni diventerà norma europea, e gli sarà riconosciuta una speciale protezione riconosciuta alle Specialità tradizionali.

La pizza "a libretto"

Un modo tradizionale di consumare la pizza a Napoli è quello di acquistare versioni "mignon" per consumarla in strada. In questo caso, la pizza viene piegata, insieme ad un foglio di carta per alimenti, in quattro. Questo modo di piegare la pizza viene detto, appunto, a libretto, o forse più comunemente a portafoglio. Sono ormai poche le pizzerie che vendono la pizza ancora in questo modo, e quasi esclusivamente localizzate nel centro storico, e vendono esclusivamente pizza margherita e pizza fritta.

Note

  1.  La pizza marinara preparata a Napoli non contiene frutti di mare, come si potrebbe pensare, ma solo pomodoro passato, aglio e origano. Il nome deriva dal fatto che gli ingredienti, facilmente conservabili, potevano essere portati dai marinai per preparare pizze nel corso dei loro lunghi viaggi.
  2. Vedi, ad esempio, il sito della pizzeria storica da Michele.
  3. Per il ripieno è prevista una diversa cottura rispetto alla pizza vera e propria in modo che non risulti crudo dentro e troppo cotto all'esterno: nei forni a legna tradizionali viene posto all'ingresso del forno (a' vocca 'e furn). Ciò consente una cottura uniforme anche del ripieno interno.
  4. Questa variante fuori Napoli viene spesso impropriamente indicata come "napoletana", talvolta anche con l'aggiunta di capperi.
  5. Testo di proposta di disciplinare per l'ottenimento del marchio "Pizza napoletana STG".
  6. Questo modo tradizionale di mangiare la pizza è stato reso famoso da Bill Clinton, il presidente degli Stati Uniti d'America, che, in occasione della riunione del G7 a Napoli, si fece fotografare mentre consumava la pizza a libretto in via dei Tribunali.

Fonte: La cucina napoletana, la pizza

http://www.naples-city.info/napoli/cucina_napoletana.htm<...

La Pizza Margherita

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Ingredienti per la preparazione della pasta (dosi per 4-5 persone) farina tipo zero kg. 1 (meglio ancora, farina tipo 0 gr. 750 e farina di semola di grano duro gr. 250); lievito di birra un dado; acqua tiepida gr. 600; sale; tre cucchiai di olio di oliva Ingredienti per condire pomodori pelati e sgocciolati (anche in scatola) kg. 1; mozzarella gr. 400; abbondante formaggio grattugiato (preferibilmente romano); basilico; olio di oliva; sale


disporre la farina a fontana ed aggiungere il sale, l'olio e il lievito già precedentemente disciolto in un po' di acqua tiepida e lavorare la pasta fin quando essa si presenta ben soda ed elastica
metterla in una capace terrina spolverizzandola con farina, fare un taglio a croce sulla pasta, ricoprire con un panno e lasciare lievitare per almeno un paio di ore
quando la pasta sarà ben lievitata impastarla di nuovo delicatamente in modo da farla sgonfiare
rimettere a lievitare l'impasto fino a quando esso si presenterà di nuovo ben gonfio (impiegherà almeno una ora)
ridurre i pomodori a piccoli tocchi o a massa omogenea
staccare dall'impasto quantità sufficienti a preparare le pizze secondo le dimensioni delle teglie e stenderla in maniera tale da renderla piuttosto sottile
porre la sfoglia così preparata in un teglia, distribuirvi sopra il pomodoro e condire con olio, sale e formaggio grattugiato aggiungendo, in fine, qualche foglia di basilico
infornare in forno già molto caldo
verso la fine della cottura (che durerà pochi minuti) aggiungere tocchetti di mozzarella distribuendoli uniformemente sulla pizza.
ritirare dal forno quando la mozzarella è praticamente disciolta e servire

29/07/2008

Villa Floridiana

 Da Wikipedia, l'enciclopedia libera

Villa Floridiana di Napoli

Ingresso alla Villa
Ingresso alla Villa

Nel giugno 1815 Ferdinando IV di Borbone acquistò per la moglie Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia e, precedentemente, vedova del principe Benedetto III Grifeo di Partanna, la tenuta del principe Giuseppe Caracciolo di Torella, ampio appezzamento sulla collina del Vomero, dove si ergeva una imponente villa che, in onore della moglie, chiamò Floridiana. L’acquisto da parte del Re, nel 1817, di proprietà confinanti fece guadagnare alla villa un nuovo ingresso in direzione di Chiaia. L’architetto Antonio Niccolini ebbe l’incarico di ristrutturare la vecchia costruzione e tra il 1817 e il 1819 realizzò la villa in stile neoclassico e l’ampio parco di stile romantico. Viali e sentieri furono sistemati a verde dal direttore dell’Orto Botanico Friedrich Dehnhardt che ornò il parco con 150 specie di piante tra cui lecci, pini, platani, palme, bossi e una ricca collezione di camelie.

Esterno

La villa presenta una semplice pianta rettangolare arricchita da due brevi ali destinate a locali di servizio. La facciata settentrionale, rivolta a monte, si sviluppa linearmente su due piani e, benché sia quella principale, si presenta in modo estremamente sobrio. La facciata volta a mezzogiorno, invece, in virtù del forte scoscendimento del terreno, si articola su tre piani e prospetta direttamente sul mare. Nella progettazione di tale facciata il Niccolini coniuga l’impiego di materiali e di stili fra loro diversissimi. Ad un piano terreno costruito in scura pietra lavica egli contrappone i due piani sovrastanti con finiture di stucco bianco. Su di una parte basamentale quindi si innesta una struttura neoclassica che termina con un semplice attico balaustrato, sormontato al centro da una meridiana inserita fra due cornucopie. Le porte-finestre del secondo piano presentano una singolare centinatura ispirata al capitello ionico, così come ionici sono i capitelli delle quattro lesene che, in corrispondenza della parte centrale della facciata ne interrompono la piattezza. Una scala a tenaglia divisa in due rampe simmetriche si protende verso lo scenografico scalone marmoreo che rappresenta il tramite simbolico tra la villa e il parco.

Interno

Accanto agli appartamenti privati della duchessa e delle dame, Niccolini collocò una sala da pranzo, una piccola cappella a pianta rettangolare, un atrio colonnato che collegava tramite una scala all’appartamento sovrastante, una sala da biliardo, una delle udienze e una grande galleria. Purtroppo poco resta dell’arredo e della decorazione primitiva, ispirata a soggetti classici: divinità mitologiche, ninfe e mostri marini, il tutto realizzato in stucco o dipinto su fondi colorati di verde chiaro e lilla. Esemplare è la decorazione, tuttora esistente, della grande galleria costituita da sobri stucchi che sono in perfetta armonia con l’essenzialità della struttura architettonica esterna. Al centro delle pareti maggiori due caminetti in marmo statuario con colonnine ioniche sormontate dalle grandi specchiere. La volta dipinta è opera di Giuseppe Cammarano.

Il Museo Duca di Martina

Ingresso del Museo
Ingresso del Museo

Dal 1927 la Villa Floridiana ospita un museo dedicato alle arti decorative: il Museo Nazionale della Ceramica Duca di Martina.

Il Parco

Il viale di ingresso
Il viale di ingresso

Il parco è una scenografica alternanza di tortuosi sentieri e ombrosi boschetti, bellissimo quello di camelie, con ampie zone occupate da praterie e aperte verso il golfo, in un’affascinante sintesi di elementi geometrici tipici del giardino all’italiana e di soluzioni prospettiche del giardino all’inglese.

Ad accrescere l’atmosfera romantica e pittoresca del parco, Niccolini inserì una serie di finte rovine, statue ed elementi architettonici, in parte ancora esistenti. Ricordiamo fra l’altro il Tempio ionico, bianco padiglione a pianta centrale che, posto al margine estremo del giardino a terrazza, inquadra con le sue colonne splendide vedute cittadine; il Teatrino della verzura, struttura a pianta ellittica delimitata da una bassa siepe di mirto, da quinte arboree sulla scena e da una doppia gradinata di piperno nella platea; serragli e grotte che, al fine di soddisfare la passione della duchessa per gli animali esotici, ospitavano uccelli di ogni genere, tigri, orsi, leoni e canguri, questi ultimi frutto di uno scambio con l’Inghilterra costato ben diciotto papiri ercolanesi non ancora svolti. Nel 1895 il parco, già completato, viene affidato al giardiniere reale a Friedrich Dehnhardt che ne resta curatore anche dopo la morte della duchessa. Tra il 1872 e il 1880 il parco subisce due importanti modifiche: la prima riguarda la sistemazione di aiuole di lecci e prato inglese nell’ampio parterre ellittico con fontana centrale e statue su cui si affaccia il fronte sud della villa; la seconda riguarda l’interruzione del rettilineo vialone di accesso, con un viale rettilineo che nasconde fino alla fine la vista della villa sullo sfondo del prato centrale.